Da Waters a Lana qui c'è il pop che mantiene viva la passione

Dopotutto i nuovi dischi servono proprio a questo: a rinfrescare. La memoria. Le passioni. Le speranze. In fondo il pop è un Marshall dei nostri stati d'animo, ne aumenta il volume e ci rincuora. Perciò, giusto in queste settimane, arriva musica che conforta. Come quella del nuovo disco di Roger Waters, ad esempio. E lasciate perdere le polemiche intorno alla copertina, all'apparenza ispirata alle opere del siciliano Emilio Isgrò, che ha inventato un particolare utilizzo del bianco e nero. Una somiglianza che, lì per lì, ha portato il tribunale a decretarne il blocco delle vendite per plagio. Vista la evidente strumentalizzazione, anche Vittorio Sgarbi si è schierato dicendo la più condivisibile delle ovvietà: «È come se la Juventus o una zebra facessero causa a Waters perché ha usato il bianco e il nero in copertina». Esatto. Ora che il Tribunale di Milano ha «sbloccato» l'album fino al 19 luglio in attesa di un accordo extragiudiziale tra le parti, tutti possono rientrare nel mondo inevitabilmente Pink Floyd di Is this the life we really want, primo disco solista dopo 25 anni del fondatore del gruppo più libero del rock. E non è un caso se lo considerano un creatore di testi al livello di Bob Dylan e Neil Young: nei dodici brani di Is this ci sono accenti ispiratissimi, voli lirici ed esagerazioni spesso non condivisibili di argomenti a sfondo politico (difficile trovare un artista più ostile a Israele, ai Tories e ai repubblicani come Reagan o Trump). Però che musica. In poche parole, è un disco più pinkfloydiano di un componente dei Pink Floyd, manna per le orecchie di chi è cresciuto con The dark side o The Wall e che da anni cerca un identico furore epico e visionario. Peccato solo per la parte chitarristica, che naturalmente ha un centesimo della forza emotiva di quella di Dave Gilmour ma ci mancherebbe: se i due suonassero insieme di nuovo, vorrebbe dire che sono tornati i Pink Floyd. Perciò nell'attesa (probabilmente vana) ci si accontenta. E si rinfresca la memoria.

Anche Beth Ditto aiuta a farlo. Non rinfresca il ricordo dei suoi Gossip, transitati fulmineamente per le classifiche con un super singolo come Heavy cross ma poi naufragati senza lasciare traccia. Con Fake sugar, risveglia piuttosto, lei lesbica e obesa, apparsa nuda sulla copertina del magazine Love nel 2009 e più volte ricoverata per dipendenze varie, sposata con la sua assistente Kristin Ogata, lo spirito post punk che corre da Blondie a Cyndi Lauper, piegato all'occorrenza al pop o al funky soul ma sempre finalizzato a rivendicare libertà di espressione e di collocazione sessuale. Non troverete, in questi brani, il successone stile Call me di Blondie, ma l'atmosfera fuori dal tempo e mai nostalgica di chi diluisce nella musica le proprie idee. In fondo, la trentaseienne Beth da Searcy, Arkansas, non ha fregole modaiole ma soltanto la missione di stupire. Ci riesce, per dirla tutta. E le sue idee chiare sono l'antitesi di Lana Del Rey, la Fregoli del pop perché è sfuggente, indecifrabile, mutante. Il suo nuovo disco, che dovrebbe essere quello della autentica conferma, si intitola Lust for life (sì, come il classico di Iggy Pop del 1977) e uscirà tra poche settimane, a fine luglio. Lei, figlia di famiglia ultra bene, nata a New York come Elizabeth Woolridge Grant, riaccende la vocazione fumettistica del pop, quella lontana da esagerazioni sensuali oppure farsesche ma cariche di riferimenti alla cultura americana ai tempi di Kennedy e all'enfasi talvolta parodistica di certe lady dal repertorio patinato come Nancy Sinatra. È, per dirla tutta, un'astronave dalla rotta incerta dentro una Via Lattea che da Bowie corre fino a Lady Gaga passando per la Gibson Flying V (la chitarra a due punte che usava ad esempio al Park Live Festival 2016 a Londra) e Federico Fellini. Un trionfo di riferimenti che, come spesso accade in questa epoca, rischiano di togliere una identità ben precisa.

Insomma, Roger Waters, Beth Ditto e Lana Del Rey sono il filo conduttore di chi, in questa estate 2017, non rimane aggrappato alle playlist radiofoniche ma cerca di allargare il raggio d'azione senza confinarsi nelle nicchie più refrattarie alle novità o, comunque, alle variazioni sul tema. Perché, alla fine, è proprio il continuo desiderio di rinfrescare la curiosità a tenere accesa la passione per la musica.