Waters Vs Gilmour I due big tornano sul luogo del delitto

Entrambi i musicisti ripetono che la band non si riunirà: Live 8 è stato un episodio

Cesare G. Romana

Sarà per una sbilenca versione del complesso di Edipo, o per uno di quegli amori che, pur ripudiati, continuano a mordere nelle retrovie del rimpianto, ineludibili. Ma di certo, in un mondo effimero come quello del pop, fa sensazione la curiosa coazione a ripetere che lega gli ex Pink Floyd al loro passato.
Certo fa eccezione Syd Barrett, già mente «sconvolta ed ebbra», direbbe Neruda, della mitica band, e oggi ristretto in un’adiposa vecchiaia, in uno scantinato di Cambridge benedetto dal sollievo della smemoratezza: tanto da rispondere con uno straniato «non ricordo», a chi gli chiede conto del gruppo cui diede, quarant’anni fa, il suo apporto.
Non è così per gli altri, e segnatamente per David Gilmour, che di Barrett prese il posto quando l’avanzare della schizofrenia confinò l’ex crazy diamond, il visionario demiurgo di Piper at the gates of dawn, nel suo romitaggio inespugnabile. E neppure per Roger Waters, l’altro genio fondatore dei Pink Floyd, uscito bellicosamente dal gruppo a metà degli anni Ottanta, con scialo di carte bollate, querele e invettive. E tuttavia Gilmour s’è ripresentato da poco con un album solista, On an island, subito consacrato dalle classifiche, e preso a pretesto per un tour che transiterà per l’Italia il 24 e 25 (a Milano, teatro degli Arcimboldi) e il 26 (all’Auditorium di Roma). Con questo disco il cantante e chitarrista inglese afferma di voler sancire il definitivo distacco dalla band che gli ha dato la fama. Lo ha ammesso lui stesso: «È finita - dice -, ne ho avuto abbastanza. A sessant’anni, ho scoperto che lavorare per mio conto è assai più confortevole che continuare ad essere un Pink Floyd: troppe pressioni, troppe attese, troppo gigantismo».
Ma la coazione a ripetere non dà tregua, e raramente si è sentito un album più permeato di vezzi e movenze pinkfloydiani. Anche se il riferimento stilistico pencola piuttosto verso la decadenza del gruppo, quella che tra l’87 e il ’94 ci offrì lavori - e tour - insopportabili come A momentary lapse of reason e A division bell, piuttosto che verso la più gloriosa stagione di A saucerful of secrets, Ummagumma, Athom heart mother: la stagione, purtroppo irripetibile, della fantasia delirante, dell’inconscio che si disvela, del sogno che irrompe nella realtà col suo intreccio di paura e speranza, memore dell’adagio borgesiano secondo cui «la speranza è un modo della paura». Ridotto il fantasma di Barrett a un ricordo remoto, perduto per strada Roger Waters, Gilmour non sfugge alla trappola d’una logorrea sontuosa e forbitissima, certo, e tuttavia sostanzialmente afasica: ma anche questo è radicato nella storia pinkfloydiana, quella, almeno, più recente.
Quanto a Waters, non è casuale che i suoi tentativi di rendersi autonomo dal gruppo di cui fu anima e mente, abbiano sollecitato modesti consensi, mentre hanno sortito accoglienze trionfali i suoi «recuperi» pinkfloydiani. Come la riedizione di The wall, messa in scena nell’89 sui ruderi del muro di Berlino, di fronte a duecentocinquantamila spettatori attratti da un cast mirabolante: c’erano Van Morrison, Joni Mitchell, gli Scorpions, Peter Finch a recitare incatenati a una grande muraglia, che via via si sgretolava fino a franare. Di recente, Waters ha dovuto incassare il parziale insuccesso di Ça ira, velleitario melodramma ispirato alla rivoluzione francese e farcito di richiami belliniani. E ora si prende la sua rivincita. Come? Rimettendo in scena - il 4 e 5 giugno a Verona, il 6 a Palermo, il 16 a Roma e il 12 luglio a Lucca - il paragrafo più famoso dell’epopea pinkfloydiana: quel The dark side of the moon pubblicato nel 1973, e per vent’anni rimasto ai vertici delle classifiche americane. Non solo: Waters ha concesso a Guy Laliberté, il creatore del Cirque du Soleil, di rimettere in scena The wall, e tuttavia esclude ogni possibilità di tornare con i Pink Floyd, dopo il provvisorio ricongiungimento al recente Live 8: «Ho sessantun anni - spiega - e un mucchio di cose da fare. Tra l’altro, un nuovo album di rock». E, una volta tanto, Gilmour concorda col vecchio rivale: «È stato bello suonare ancora una volta con Roger - dice - ma che fatica, e che insostenibile responsabilità. L’ho fatto perché l’inimicizia è un inutile spreco di energie, e perché, se non l’avessi fatto, lo avrei rimpianto per sempre. Ma ora basta».