Watson, il Peter Pan del green che dà lezioni a Woods

Esistono delle persone che sembrano avere il magico potere di azzerare il tempo. Di stoppare l’inesorabile ticchettio delle lancette. Di essere dei moderni Dorian Gray, senza per questo aver ceduto alle lusinghe di specchio, botox e fotoshop.
Tom Watson, il sessantenne campione americano, è uno di questi strepitosi Peter Pan. In gara la settimana scorsa a Dubai, è stato protagonista dentro e fuori dal campo. Per tutti i settanta milioni di golfisti della domenica, assistere alla sua performance agonistica è stata ancora una volta un’esperienza rinvigorente. Quasi balsamica.
La fluidità del suo swing, la semplicità del gesto tecnico, la freschezza della camminata hanno permesso a tutti quelli che anagraficamente e golfisticamente sono cresciuti con lui, di credere, improvvisamente e magicamente, che il tempo si fosse stoppato. Che i ricordi degli infiniti duelli con Jack Nicklaus non fossero così polverosi negli archivi della memoria. Che loro stessi, dilettantucoli del golf, si fossero reincarnati in quei giovani imberbi che, trascinati dalla forza della passione, un tempo ormai lontano si lasciavano trascinare dalle magie funamboliche del putt di Tom.
Ora. Leggendo il nome di Watson tra quelli dei top ten di Dubai non si può fare a meno di chiedersi se, una volta azzerate le recenti vicissitudini, Tiger Woods avrà mai una carriera quarantennale come quella del campione dell'Arkansas.
Ad oggi la risposta è no. Al di là dei numeri, delle statistiche e dei record, la risposta è no. E, in parte, sta scritta a chiare lettere nel corpo di Watson. In tutte quelle rughe che sono altrettante ferite. In quelle mani che tremano sui putt decisivi. In quei sorrisi ironici di chi non si prende troppo sul serio, perché conosce fin troppo bene le proprie debolezze, ma ha imparato a conviverci. Perché, nonostante tutto, Watson si diverte a giocare e Woods no.
Perché, nonostante tutto, Watson rispetta il golf e Woods invece sembra disprezzarlo. Perché, nonostante tutto, Watson non si è mai posto al di sopra del golf e Woods sì.
Perché quando si domina come ha saputo fare Tiger, si può perdere il senso del rispetto per quel gioco che all’improvviso ti appare facile, superabile, battibile. Ci si può dimenticare il senso della misura e scoprirsi all’improvviso il Superuomo che si pone al di là del bene e del male. Il Superuomo che, per dirla alla Vecchioni, «si gioca il cielo a dadi anche con Dio». Perché il demonio personale di Tiger non si chiama sesso compulsivo. Non prendiamoci in giro. Si chiama complesso di superiorità.
Anche Watson, come Woods, ha combattuto - e a lungo - il suo fantasma personale. Si chiama alcol. Una dipendenza che negli anni gli ha bruciato famiglia, affetti e una lunga porzione di carriera. Una dipendenza a cui, al termine di un faticoso percorso privato, ha saputo chiudere la porta in faccia per poi scoprirsi in grado, nuovamente, di aprirne altre, di porte.
Watson ha la vita scritta in faccia. Tiger, la sua di vita, ha sempre cercato di nasconderla, anche ossessivamente. Ma se imparerà a scenderci a compromessi, se riconoscerà le proprie debolezze, se, come da Dubai gli ha suggerito lo stesso Tom (che di queste cose se ne intende), saprà fare «un bagno di umiltà», allora, forse, potrebbe scoprire il vero piacere di giocare a golf. Di stare in campo. E di rimanerci molto a lungo, ancora.