Wayne Shorter, un sassofono d’oro tra tradizione, rinnovamento e fantasia

Per i cultori del jazz è il maestro indiscusso dell’ultima grande scuola di sax soprano, dopo quelle di Sidney Bechet e John Coltrane. Per gli appassionati di rock è il simbolo del crepitante sax che infiammava il sound dei Weather Report. È uno dei solisti più creativi del jazz attuale, anche se molti preferiscono ricordarlo nel favoloso quintetto guidato da Miles Davis negli anni Sessanta.
Wayne Shorter è sempre iperattivo; dopo una lunga crisi personale e artistica (nel 1996 perse la moglie e la nipote in un incidente aereo), è risorto grazie alla musica e ora, superati i 70 anni, è animato da un inarrestabile furore creativo. «Ho passato anni terribili che mi hanno lasciato dentro una incredibile voglia di comunicare. Alla base di tutto c’è il blues, che nasce dal dolore ma anche dalla voglia di superarlo raccontando attraverso di esso le proprie esperienze. Ora per me la musica è una vibrazione che dice: “Vai e cerca di capire lo spirito della vita”» racconta. Così, tre anni fa è tornato con l’album dal vivo Footprints, un disco ricco di significati. La sua prima incisione dal vivo, il cd che segna il suo ritorno ai suoni acustici (non accadeva da Schizophrenia del ’67), il suo ritorno da leader (l’ultima volta fu nel ’94 con High Life) alla guida della band che comprende Danilo Perez al pianoforte, John Patitucci al contrabbasso, Brian Blade alla batteria. Band con cui ha inciso anche Alegria (in alcuni brani al pianoforte però c’è Brad Mehldau) e il recentissimo Beyond the Sound Barrier, e che lo ha accompagnato in concerto ieri sera al Grey Cat Jazz festival di Follonica, che lo vedrà impegnato domani sera all’Arena dello Stretto di Reggio Calabria e lunedì al Casinò Cà Vendramin di Venezia. Puntando su composizioni del nuovo disco come As Far As the Eye Can See, Overshadow Hill Way, On Wings of Song, Shorter rilegge il suo repertorio alternando ora Juju, che riporta agli anni Sessanta, Sanctuary, omaggio al Davis di Bitches Brew, La valse triste, basata su una sinfonia di Sibelius. Come tutti i grandi che uscirono dalla pattuglia di Davis (suonando in album che hanno fatto la storia come In A Silent Way e Bitches Brew) Shorter ha infilato coi Weather Report la strada del jazz rock (o fusion) di qualità prima di riprendere la via del ricco linguaggio armonico, della ricerca, della ricchezza ritmica e sperimentale del vero jazz. Non a caso l’illustre critico Joachim Ernst Berendt profetizzava: «Del jazz rock rimarranno i dischi di Miles Davis, la prima Mahavishnu Orchestra, qualcosa di Herbie Hancock, quattro o cinque singoli e i dischi dei Weather Report di Wayne Shorter e Joe Zawinul».