WEEK END PIÙ SACRO DELLA VITA

Alla sacralità della vita ormai non crede più quasi nessuno, ma sulla sacralità del week end l’unanimità è bulgara: per cui, il mondo politico si ferma oggi e domani, e solo lunedì comincerà a lavorare per evitare la morte di Eluana. Con quali possibilità di riuscita, Dio solo lo sa; noi possiamo però intuire che saranno molto scarse. I tempi sembrano non esserci più.
Ad Eluana Englaro, tra l’altro, ieri hanno sospeso l’alimentazione, e secondo alcuni medici (alcuni, perché su questa vicenda la scienza è divisa, a quanto pare, su tutto, a cominciare dalla reale incoscienza della povera donna) secondo alcuni medici, dicevamo, entro 48 ore la situazione sarà talmente compromessa da rendere praticamente inevitabile la morte.
Se ciò avverrà, il presidente della Repubblica si dovrà assumere una grande parte di responsabilità. Non certo giuridica o istituzionale: ma per fortuna la vita e il mondo non sono fatti solo di leggi e di politica, ma anche di conti con la propria coscienza. Il governo aveva fatto un decreto per salvare Eluana, ma Napolitano non l’ha voluto firmare. Era un decreto ad hoc, e su quell’«ad hoc» si è molto discusso ed eccepito: ma «ad hoc» è stato anche il decreto della Corte d’appello di Milano che ha autorizzato Beppino Englaro a sospendere l’alimentazione a sua figlia, introducendo di fatto l’eutanasia in Italia benché nessuna legge la preveda. L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: se ci mettiamo a discutere sulla forma e sul rispetto delle istituzioni, non è certamente il decreto del governo ad essere fuori posto. Fuori posto è il colpo di mano dei giudici di Milano, lo strano ruolo giocato dal curatore speciale (che avrebbe dovuto essere una «controparte» del tutore, cioè di Beppino Englaro, e invece l’ha assecondato in tutto e per tutto), il non intervento del giudice tutelare di Lecco, che pure avrebbe forse ancora un margine di manovra.
Il governo, dicevamo, aveva fatto un decreto per salvare Eluana. Dopo la bocciatura da parte del Colle, ha varato un disegno di legge, sperando come si diceva in un’approvazione a tempo di record. Comunque la si pensi, sono interventi di grande coraggio. Per una volta, si sono prese decisioni dettate da un’esclusiva ragione ideale, condivisibile o no che sia; si è sfidata l’impopolarità, non si è tenuto conto dei sondaggi, si è accettato il rischio di compromettere i rapporti con il Quirinale. Noi siamo convinti che lasciar morire così Eluana sia un errore, e crediamo che il governo abbia fatto e continui a fare benissimo a tentare l’impossibile.
Su Eluana si è giocata una battaglia più che politica: una battaglia ideologica. Il «caso Englaro» sarà un precedente sul quale costruire leggi più in sintonia con il mondo di oggi, che non riconosce più la vita come un dono (e chi di noi si è fatto da sé?) ma come un diritto di cui disporre; che non accetta più la possibilità della sofferenza e del limite; un mondo in cui l’uomo si sente al tempo stesso centro e padrone, al punto da poter stabilire che cosa è vita e che cosa non lo è, quando come e chi deve nascere e quando come e chi deve morire. Eluana Englaro, come tutti coloro che sono in condizioni simili alle sue, non è più considerata una persona perché il suo respiro, i suoi occhi che continuano ad aprirsi ogni mattina, il suo nutrirsi e digerire, il suo aver sorprendentemente ripreso perfino il ciclo mestruale, le sue indecifrabili reazioni agli stimoli non sono ritenuti sufficienti per conferirle la dignità di persona. «È un vegetale», dicono, ma non è vero, perché nel mondo di oggi per un albero da abbattere c’è più rispetto, e perché quando Eluana Englaro morirà si dirà che è morta una persona, non una pianta.
Ieri Comunione e Liberazione ha diffuso un comunicato in cui dice che «quando viene meno il riconoscimento del Mistero presente nella storia, risulta difficile riconoscere tutta la grandezza dell’uomo». Anche se a noi non competono considerazioni di fede, è innegabile che se tutto è considerato materia, la vita perde valore. Eppure, basterebbe uno sguardo per riconoscere che la «grandezza dell’uomo» prescinde dalla sua capacità di deambulare, di parlare, perfino di pensare.
Ieri sul Corriere della Sera c’era una magnifica intervista a Enzo Jannacci, cantante e medico. Ateo dichiarato, Jannacci ha detto: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale... Se si trattasse di mio figlio, basterebbe un solo battito di ciglia a farmelo sentire vivo».