Weisz, dallo scudetto ad Auschwitz la tragedia di un eroe degli anni ’30

Allenò l’Inter e il Bologna, portandoli allo scudetto. Fuggì per le leggi razziali. Morì in campo di concentramento

Una storia esemplare. L’ha scritta Matteo Marani, 36enne giornalista del “Guerin Sportivo”, raccontando le vicende affascinanti, tremende e ahinoi esiziali di un allenatore magiaro, Arpad Weisz, che pagò con la vita il fatto di essere ebreo. Lui, la moglie Elena, i figli Roberto e Clara: tutti ammazzati ad Auschwitz. Vale la pena di raccontarla, questa struggente vicenda, nel Giorno della Memoria che cade oggi e, a quasi 62 anni dalla morte di Hitler, fa da scudo alle paradossali rappresaglie mediatiche di coloro che mettono in discussione perfino l’Olocausto. Nella sua straordinaria opera di ricerca, Marani ha frugato gli archivi più polverosi e secretati d’Italia, Francia, Olanda e Ungheria, ha incontrato decine e decine di persone che potevano aver conosciuto il suo eroe, ha controllato di persona ogni sassolino lasciato da Weisz dopo la fuga dall’Italia.
Era il 26 ottobre 1938 quando il protagonista di questo libro (“Dallo scudetto ad Auschwitz”, Aliberti Editore, 14 euro) si dimise da tecnico del Bologna che aveva portato a dominare il calcio in Italia, con due scudetti consecutivi, impresa fino ad allora riuscita solo alla Juventus, e all’estero: memorabile il trionfo sui maestri inglesi del Chelsea nella finale del Trofeo dell’Esposizione, svoltosi a Parigi nel 1937, che vale la Champions League di oggi. In precedenza Weisz aveva portato allo scudetto anche l’Ambrosiana ritoccando il WM in chiave difensiva con un modulo che, negli Anni Cinquanta e Sessanta, fece la fortuna di Viani, Rocco e delle loro squadre.
A lui, Arpad Weisz, ebreo purosangue, e ai suoi famigliari, non fu più permesso di vivere in Italia dalle leggi razziali promulgate da Mussolini. Il 10 gennaio 1939, insieme ad altri profughi, si rifugiò in Francia passando dal valico di Bardonecchia. Da Parigi si spostò in Olanda, nella cittadina di Dordrecht, dove per quasi due anni fece l’allenatore prima di essere deportato in un lager senza ritorno. Scrive Marani: «Lì, nella saletta della memoria, aperta generalmente ai parenti delle vittime, un impiegato mi ha mostrato gli elenchi dei deportati ad Auschwitz, fino a ritrovare l’esatto numero di treno dentro al quale furono sospinti i quattro componenti della famiglia Weisz». Sì, una storia esemplare, maturata nel quartiere Saragozza di Bologna, il quartiere di Marani, al tempo delle leggi marziali. Ma la Shoah non è cosa di ieri, è sempre dietro l’angolo.