Welby, funerale «radicale» lungo tre giorni

Un migliaio di persone a Roma per le esequie civili. Sul palco i vertici della Rosa nel Pugno che parlano di Natale della vita Intanto in libreria va a ruba l’autobiografia «Lasciatemi morire»

da Roma

Funerale laico, funerale politico, funerale radicale. Roma, piazza don Bosco, venerdì mattina: la chioma bianca di Marco Pannella, quella grigia di Mina Welby, quella bruna di Marco Cappato, e quella biondo-argentea di Emma Bonino. Basta un colpo d’occhio a questa squadrata piazza di periferia affollata di gente e passione politica per rendersi conto che ci sono funerali che possono durare molto più di un giorno, per il segno che lasciano e le polemiche che catalizzano.
Roma, piazza don Bosco, mille persone: si seppellisce Piergiorgio Welby, ma la cerimonia dura più di tre giorni, perché viene continuamente replicata su Radioradicale, e attraversa le feste come un contrappunto drammatico, un ennesimo simbolo dell’Italia divisa, le due Italie che non si parlano e che tornano a dividersi fra guelfi e ghibellini, fra le ragioni dell’Italia laica e di quella clericale. In fondo la scena è molto semplice. Accanto alla bara c’è una donna anziana, la madre di Piergiorgio: resta seduta su una seggiola con la mano poggiata sul feretro per tutta la cerimonia, pare quasi pietrificata. E poi naturalmente c’è la moglie Mina, la donna che ha combattuto tutta la battaglia del marito: «Questo è stato un Natale come Piergiorgio non se lo sarebbe mai immaginato. Un Natale di gioia dato che lui adesso è davvero libero». E poi ovviamente c’è Marco Pannella, l’uomo che con maggiore caparbietà ha voluto la trasfigurazione di questo funerale in una manifestazione politica: «Oggi è già Natale, e grazie alla morte opportuna, conquistata e serena di Welby è nata una speranza».
Il Natale della vita, della passione, della speranza. Se ascolti il tono di questi interventi, ti sembra davvero che uno strano cortocircuito abbia portato nella piazza la simbologia e il lessico di una cerimonia para-religiosa, come se i radicali fossero arrivati a celebrare, con queste esequie, una sorta di epifania civile. E non c’è dubbio che il grande regista e demiurgo sia ancora una volta lui, Pannella. L’uomo che adesso dal palco spiega: «È stata una celebrazione popolare, veramente autoconvocata: se tanti lo avessero saputo prima sarebbero stati qui come per tutte le grandi battaglie civili contro lo sfascio delle famiglie, contro l’aborto clandestino. Su tutto ciò la gente ha le idee chiare: è questa politica che è oligarchica e non democratica - conclude - ed accumula ritardi che significano per molti sofferenze enormi». Ed è ovviamente quasi inevitabile che tutta la cerimonia sia attraversata dal fuoco della polemica per le esequie religiose richieste dalla moglie Mina (cattolica praticante) e non concesse a Piergiorgio, con una decisione illustrata da monsignor Fisichella anche in una intervista al Giornale («È stato lui a chiedere di morire, così ha tradito i principi cristiani»).
Sì, sono davvero dei funerali lunghi, interminabili, persistenti: tanto è breve la cerimonia, in piazza, tanto è lungo il filo della polemica, nel Paese, con le radio romane assediate dalle telefonate, da chi è pro e da chi è contro, con Radioradicale che diventa la vera camera ardente mediatica del corpo di Welby. Un funerale laico, un funerale politico, un funerale radicale, anche perché sono i radicali a trasformare questa piazza in un simbolo. Dice Emma Bonino dal palco: «Voi esprimete una profonda religiosità, non quella bigotta, ma una religiosità altra, secondo cui il corpo di ognuno appartiene a Dio, per chi ci crede, ma non certo allo Stato nè al governo». Anche per queste parole la senatrice della Margherita Paola Binetti continua a ripetere: «Deve dimettersi». Un funerale politico perché suscita le passioni estreme della politica, accende il dibattito tra i pro e i contro: «La sinistra radicale e anti cattolica - attacca Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc - si è scatenata strumentalizzando la morte di Welby, così come ne aveva strumentalizzato le ultime ore di vita». Cesa dice che «i radicali strumentalizzano la morte», il ministro Alfonso Pecoraro Scanio ribatte che è un errore «non far prevalere la pietà cristiana». Il sottosgretario Manconi dice che «il Parlamento non deve disperdere la sua lezione morale», il senatore di An Riccardo Pedrizzi aggiunge che «la decisione del vicariato di non concedere le esequie è stata sacrosanta».
Intanto Welby risorge, almeno in libreria, dove durante le feste è andato a ruba il suo pamphlet autobiografico Lasciatemi morire (Rizzoli, 9 euro) con la bellissima lettera a Giorgio Napolitano. Nulla come la scrittura dà l’idea della vendetta retroattiva, nulla come un libro postumo pubblicato in vita, dà l’idea del paradosso Welby.
Un funerale laico, un funerale politico, un funerale radicale. Un funerale che dura tre giorni. Forse anche perché Piergiorgio avrebbe compiuto 61 anni proprio ieri.
luca.telese@ilgiornale.it