Welby: «Il mio corpo è una prigione»

Il militante radicale malato di distrofia scrive al Giornale: «Vittima di una tortura di Stato». Fissata l’udienza per l’interruzione delle cure

da Roma

È stata fissata per martedì prossimo l’udienza del Tribunale di Roma (Prima sezione civile) sul ricorso presentato da Piergiorgio Welby per ottenere l’interruzione dell’accanimento terapeutico attraverso il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale. La notizia è stata accolta positivamente dallo stesso Welby che ha chiesto - si legge così in una nota dell’Associazione radicale Luca Coscioni - che venisse sospeso lo sciopero della fame portato avanti ormai da 16 giorni da oltre 700 cittadini, parlamentari, medici e un ministro, anche «per rispetto verso il giudice e gli operatori del diritto chiamati a udienza il 12 dicembre». Altro fatto considerato positivo è la nomina del Comitato nazionale di bioetica, che sarà presieduto dal giurista Francesco Paolo Casavola. Un «cattolico adulto» come lo definisce Francesco Cossiga che si dice convinto che sarà questa nomina ad aprire la strada all’eutanasia e al testamento biologico.
Continua a creare polemica l’affermazione del leader di An, che ha sostenuto che «Welby è cosciente, non può chiedere di morire, perché chi assecondasse la sua volontà sarebbe un omicida». «Sono completamente in disaccordo con le parole di Gianfranco Fini espresse a proposito della drammatica vicenda di Piergiorgio Welby. Staccare la spina a un uomo cosciente che può esprimere il suo pensiero non può essere definito in alcun modo né omicidio né eutanasia» precisa Ignazio Marino, presidente della commissione Igiene e sanità del Senato. Diversa da Fini la posizione del direttore del giornale leghista La Padania. «Se Welby fosse mio fratello, mio padre... Cosa farei? Se mi chiedesse coscientemente di staccargli la spina, lo farei. E poi sarei disposto ad andare a processo, spiegando perché non sono un omicida, né un fratello o un figlio egoista irriconoscente. So che starei male, dopo averlo fatto, ma non mi sentirei in colpa», così scrive Gianluigi Paragone.
Che aggiunge: «Welby è pienamente cosciente nonostante il dolore, un dolore che per quanto lancinante non scalfisce la lucidità delle sue scelte. Se ho capito bene la sua volontà, non chiede di morire perché ha sofferto oltre il tollerabile; ritiene che il suo corpo sia incastrato dentro la tecnica». Paragone risponde anche a Fini: «È vero, non siamo nessuno per togliere la vita a un uomo o a una donna. Però se la questione la porremo sempre così non ne usciremo mai. Il valore della vita è sancito dalla Costituzione e per quel che mi riguarda anche da una dimensione sacrale. Ma quando la vita rischia di restare “ostaggio” - più o meno consapevolmente - della medicina o peggio delle beghe di partito, la offendiamo ancor più». E conclude: «Non è da sottovalutare se una maggioranza di cattolici intervistati si sia detto favorevole alla decisione di Welby di morire. Io sono tra questi». Intanto Welby ha scritto una lunga lettera alla redazione del Giornale con lo scopo di «un gesto estremo, ultimo tentativo di trasmettere parola». Scrive Welby: «Sono accusato di strumentalizzare la mia condizione per muovere a compassione, per mendicare o estorcere in tal modo, slealmente, quel che proponiamo e perseguiamo con i miei compagni... Gli strumenti? Sono, invece, limpidi obiettivi ideali, umani, civili, politici». E conclude: «Dalla mia prigione infame, da questo corpo che per etica, s’intende , mi sequestrano, mi vengono alla memoria le lettere inviate alla politica da un suo illustre, altro prigioniero: Aldo Moro».