Il Welfare è legge, salta lo scalone della Cdl: costo 2 miliardi a regime

Trentunesima fiducia: l’opposizione non vota e viene approvata la nuova previdenza. Abbassata l’età della pensione. Dini e Prc si lamentano ma poi danno il via libera al ddl. Dal
dissidente Turigliatto l’unico voto negativo: "Peggio della riforma del
Polo"

da Roma

Il protocollo sul welfare è legge. Il governo al Senato ha posto nuovamente la fiducia - la trentunesima - sul disegno di legge che ha lacerato la maggioranza per cinque mesi. E ha incassato 162 sì e un solo no perché le opposizioni di centrodestra hanno deciso di non partecipare. Viene quindi abolita la riforma previdenziale varata dal centrodestra. L’Italia diventa l’unico Paese al mondo in cui l’età della pensione viene abbassata e i contributi previdenziali pagati dai più giovani aumentati.
Lo «scalone» della Maroni, che prevedeva nel 2008 il passaggio da 57 a 60 anni del requisito anagrafico, è sostituito da un sistema misto, che combina un aumento graduale di quest’ultimo e la «quote», cioè la somma dell’età con gli anni di contributi. Dal 2008 scatterà un aumento dell’età a 58 anni, fino ad arrivare nel 2013 a quota 97.
Chi svolge attività usuranti sarà esentato da ogni inasprimento. Una vittoria della sinistra radicale, i cui costi per il sistema previdenziale e per le finanze pubbliche non sono ancora chiari nemmeno al governo. Secondo il nucleo di valutazione del ministero del Lavoro il maggior onere dovrebbe essere intorno all’1,9 per cento nel primo quinquennio e all’1,7 per cento nel secondo. In tutto, il disegno di legge costerà 1,5 miliardi nel 2008 e oltre due miliardi a regime. Oneri che saranno coperti anche con l’aumento dei contributi di un punto all’anno per i prossimi tre per autonomi e precari.
Lo smantellamento della riforma previdenziale aveva scontentato soprattutto la sinistra moderata. Che però ieri ha votato sì. Compreso Lamberto Dini, che ha concesso la fiducia all’esecutivo e per questo è stato ringraziato dal premier Romano Prodi che è andato a stringergli la mano subito dopo il voto.
Rientrati anche i mal di pancia della sinistra estrema, che si erano evidenziati sin da luglio quando Rifondazione comunista, Pdci e Sinistra democratica bocciarono l’accordo raggiunto da governo, sindacati e Confindustria. In particolare, per quanto riguarda la legge Biagi di riforma del lavoro che il protocollo ha sostanzialmente confermato, fatta eccezione per i contratti di lavoro a chiamata e lo staff leasing, che sono stati aboliti. Un sacrificio che non è bastato, tanto che Rifondazione comunista nel concedere la fiducia ha ribadito che «questo voto chiude una fase politica». Anche il conto sulle politiche sociali, previdenziali e del lavoro è quindi rinviato alla verifica di governo.
Sgradito alle associazioni datoriali, oltre che tutto il capitolo pensioni, anche quello che riguarda i contratti a termine. Dopo 36 mesi potranno essere rinnovati solo una volta e per un periodo massimo che sarà deciso dalle parti sociali. Gradita alle imprese l’abolizione della contribuzione aggiuntiva sul lavoro straordinario.
Merito a parte, ieri la protesta del centrodestra si è concentrata sull’ennesimo ricorso alla fiducia. Che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha di nuovo stigmatizzato, anche se lo ha spiegato con «l’asprezza dello scontro politico». «Mai è accaduto che la maggioranza sin dalle prime battute abbia praticato l’ostruzionismo perfino in commissione ove non è stato possibile votare gli emendamenti», ha spiegato l’azzurro Maurizio Sacconi.
Da qui la scelta di non partecipare al voto. Decisione «infantile», secondo il ministro del Lavoro Cesare Damiano. Il voto della sinistra moderata è dovuto al fatto che il testo approvato è molto simile a quello che il governo aveva concordato con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria e sono rientrate le modifiche che la sinistra radicale era riuscita a far passare alla commissione Lavoro della Camera. «Siamo stati noi - ha rivendicato il senatore diniano Natale D’Amico - a difendere il voto della grande maggioranza dei lavoratori che avevano detto sì al referendum». L’unico voto contrario è stato quello di franco Turigliatto, senatore ex Prc, secondo il quale la riforma della riforma previdenziale varata dalla sinistra «è peggio dello scalone Maroni» perché «manda tutti in pensione a 62 anni».