Welfare, una riforma che garantirà la pensione ai giovani

In Italia la popolazione diminuisce e invecchia: nel 2050 gli over 65 saranno il 35%. Allungando oggi l’età lavorativa, il Paese potrà sostenere domani i maggiori costi

Guardare lontano. Guardare al futuro con tranquillità. Essere certi che i frutti di una vita lavorativa non vengano perduti. Stabilire una solidarietà tra le generazioni. Rendere compatibili i conti pubblici con l'allungamento della durata della vita e assicurare a tutti una vecchiaia dignitosa. Questi sono gli obiettivi della riforma delle pensioni approvata dal governo Berlusconi partendo dai dati demografici.
Il 28 febbraio scorso, Eurostat ha reso noti i dati sulla previsione demografica nel 2051. A quella data ci saranno stati in Italia 20,5 milioni di nascite e 31,5 milioni di decessi, il che significa un saldo negativo di circa 11 milioni di persone, solo in parte mitigato dall’apporto derivante dall’immigrazione (5 milioni circa). A questa stima si deve aggiungere quella sull’età: sempre nel 2051 si prevede un calo della fascia compresa tra 0 e 14 anni, da 8.217.000 a 5.909.000 di persone, a fronte di un aumento della fascia degli ultra65enni, che passeranno dalle 11.122.000 unità previste per il 2006 a 18.599.000. Se oggi in Italia dunque gli over 65 rappresentano il 19,5% degli italiani, di cui il 5% di 80 anni e oltre (dati Istat), nel 2025 saranno il 25% e nel 2050 il 35,3%.
Nell’Unione europea, stando a Eurostat, la popolazione anziana rappresenta attualmente il 16,4% della popolazione totale, e nel 2050 tale fascia dovrebbe raggiungere il 29,9%; al contrario, la popolazione in età da lavoro scenderà dal 67,2% attuale al 56,7%. Nel 2051, secondo Eurostat la dipendenza in Europa crescerà notevolmente, e vi sarà un pensionato ogni 2 persone in età da lavoro, contro le 4 attuali.
Spie principali del progressivo invecchiamento demografico sono l’indice di dipendenza e l’età media: stando all’Istat dal 2004, l’indice di dipendenza - l’incidenza della popolazione anziana su quella in età attiva (15-64 anni) - in Italia è aumentato di mezzo punto, passando dal 28,9% al 29,4% nel 2005, e secondo le stime dell’Eurostat nel 2050 dovrebbe schizzare al 66%. L’età media invece ha registrato un aumento di tre punti decimali, da 43,2 anni a 43,5 anni.
P La sfida dell’invecchiamento
L’invecchiamento è dunque il fenomeno caratterizzante il XXI secolo. Di fronte a tale fenomeno, le più importanti organizzazioni internazionali hanno lanciato un monito pressoché identico: Ocse, Commissione europea, Fmi e Onu hanno a più riprese individuato nella permanenza al lavoro delle persone anziane una delle principali strategie per arginare l’impatto dell’incanutimento delle società avanzate sulle economie nazionali.
P Le indispensabili riforme
Nel contesto di questa riorganizzazione, per i paesi Ue, soprattutto per quelli come l’Italia in cui più forte è l’invecchiamento demografico, diventano un imperativo il mantenimento delle persone anziane al lavoro e la ristrutturazione dei sistemi pensionistici. In questo contesto, di particolare interesse risulta il dato sul tasso di occupazione delle persone di 55 anni e oltre nell’Ue: la percentuale degli occupati tra i 55 e i 59 anni è del 53,1%; tra i 60 e i 64 del 23,6%.
P Il governo di centrodestra risponde alla sfida: «Di un’accelerazione delle riforme Prodi e Dini c’è bisogno, prima viene fatta e meglio è per tutti» (Enrico Letta, Margherita, 13 gennaio 2003).
È di ottobre 2005 il rapporto dell’Ocse in cui uno dei punti fondamentali della strategia per far fronte all’invecchiamento demografico, ossia la riforma dei sistemi pensionistici nei paesi industrializzati, viene definita addirittura la «sfida del secolo». Nel documento, l’Organizzazione ammonisce i governi degli Stati membri a intervenire rapidamente per correggere dei sistemi che potrebbero condurre all'insostenibilità finanziaria delle prestazioni previdenziali, soprattutto innalzando l’età pensionabile, incoraggiando il passaggio da un sistema retributivo a uno contributivo, e promovendo la previdenza integrativa.
Pienamente in linea con le indicazioni fornite dalle istituzioni europee e internazionali è quindi la legge delega del 28 luglio 2004 con cui è stata attuata la riforma del sistema pensionistico italiano, una riforma che si inserisce in un quadro più ampio di misure volte ad ammodernare il mercato del lavoro e ad aumentare il tasso di scolarizzazione, anche queste chieste a gran voce a livello europeo.
P La sinistra afferma che la riforma serve solo «a fare cassa» (Giovanni Battafarano, capogruppo Ds in Commissione Lavoro, 4 marzo 2004).
Non è così, anche per il semplice motivo che la riforma entrerà in vigore a partire dal 2008, per consentire un adeguamento graduale alle nuove regole, senza gap generazionali. Chi oggi è già in pensione continuerà a percepire la prestazione come sempre, così come chi andrà in pensione fino al 31 dicembre 2007 seguirà le regole ancora in vigore (vedi grafico).
Prevista nel 2013 una verifica delle ricadute della riforma: se i benefici a livello finanziario non saranno sufficienti scatterà un aumento a 62 anni di età. È inoltre previsto un prelievo del 4% sulle cosiddette pensioni d’oro, ossia su quelle che superano i 516 euro al giorno. Ai lavoratori disabili e i lavoratori che si prendono cura di familiari conviventi disabili che trasformeranno il rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time verranno accreditati i contributi figurativi come se lavorassero a tempo pieno. Prevista l’eliminazione della sperequazione tra le gestioni pensionistiche, in modo da ottenere uguali trattamenti pensionistici a parità di anzianità contributiva e di retribuzione. Per chi ha esercitato un lavoro usurante o precoce, per le lavoratrici madri e per chi assiste i disabili sono infine previsti regimi agevolati.
P La sinistra fa finta di non capire: «Finora nessuno ha spiegato a vantaggio di chi andrebbero i minori costi delle pensioni» (Piero Fassino, 26 ottobre 2003)
Poiché in Italia la popolazione diminuisce (è di 52.709.000 unità la stima di Eurostat al 2050) e invecchia, chi lavora dovrà contribuire in futuro ai costi previdenziali di un numero sempre maggiore di anziani. Se non fosse stata attuata la riforma, la spesa pubblica destinata alle pensioni, che nel 2004 si attestava al 14,2% del Pil, sarebbe cresciuta progressivamente rischiando di diventare insostenibile, e a farne le spese sarebbero state soprattutto le giovani generazioni. Senza le modifiche alla legge Dini, che sarebbe entrata a pieno regime solo nel 2065, nel 2033 si sarebbe registrato un picco di spesa previdenziale di circa il 16% del Pil.
Durante la riunione a Bruxelles del 14 febbraio scorso, l’Ecofin ha presento uno studio di valutazione dell’impatto dell’invecchiamento sul Pil europeo: in base allo studio, a partire dal 2030 l’invecchiamento potrebbe addirittura dimezzare i tassi di crescita in Europa. Nel documento l’Italia figura tra i paesi virtuosi: grazie alla riforma del sistema previdenziale, nel nostro paese si registrerà infatti un incremento della spesa minimo (+0,8% fino al 2030, +0,4% dal 2030 al 2050) rispetto alla media Ue (1,3% e 2,2% rispettivamente).
P La sinistra si rifugia nella genericità: «Con la tendenza all’aumento della vita media e all’interno di una modifica complessiva del rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro, l’allungamento graduale della carriera lavorativa dovrebbe diventare un fatto fisiologico. Il processo va incentivato in modo efficace, con misure incisive, che non mettano a rischio l’adeguatezza della pensione» (Dal Programma di governo dell’Unione, pag. 169)
È precisamente quanto il governo ha già realizzato. Il graduale innalzamento dell’età pensionabile è assolutamente coerente con l’allungamento della vita media degli italiani, e con l’aumento della speranza di vita; oggi, inoltre, gli italiani invecchiano in buona salute, e sono sempre di più coloro in grado di rimanere al lavoro.
P Il superbonus
Per incoraggiare le persone in età avanzata a rimanere al lavoro, la riforma ha istituito il superbonus: dal 6 ottobre 2004, tutti i dipendenti del settore privato che decidono di restare al lavoro pur avendo raggiunto i requisiti per la pensione di anzianità (35 anni di contributi e 57 anni di età) possono ricevere un bonus completamente esentasse pari al 32,7% della retribuzione, che equivale ai contributi previdenziali che né l'azienda né il lavoratore versano più all’Inps. A confermare l'efficacia di questa misura per mantenere le persone al lavoro, il dato sulle pensioni di anzianità liquidate nel 2005: 132.660, un numero molto inferiore rispetto alle 207.263 liquidate nel 2004, anno in cui pure si era registrato per la prima volta dal 2000 un netto calo delle domande presentate all’Inps (Sole 24 Ore, 24 febbraio 2006; il Giornale, 7 gennaio 2005). Questa flessione è in gran parte attribuibile, oltre a motivi di natura demografica, all'effetto del superbonus. Secondo il presidente dell’Inps, Gian Paolo Sassi, il bonus nella busta paga ha portato risparmi per almeno 750-800 milioni di euro.
Strettamente collegati a queste misure, il decreto di riforma del Tfr e il decreto sulla totalizzazione dei contributi a fini pensionistici.
La sinistra ricorre all’allarmismo: «Un colossale inganno. A scapito anzitutto dei giovani, che si troveranno con una pensione da fame» (Livia Turco, 2 ottobre 2003).
P La riforma del Tfr
In linea con i consigli dell’Ocse, e con l’esigenza di razionalizzare il sistema contributivo, introdotto nel 1995 dalla riforma Dini, e riconosciuto come uno strumento valido per gestire la redistribuzione delle rendite, il 24 novembre 2005 il Consiglio dei ministri ha varato la riforma del Trattamento di fine rapporto, che entrerà in vigore a partire dal 2008. La riforma del Tfr colma dunque, come rileva la Repubblica (25 novembre 2005), «un vuoto previdenziale nato ben dieci anni fa, quando con la riforma Dini del 1995 si passò dal sistema retributivo a quello contributivo». A beneficiare delle nuove misure saranno soprattutto i giovani, che in questo modo avranno diritto a una prestazione pari a circa il 70% dello stipendio, esattamente come chi è andato in pensione finora. Senza questo tipo di interventi, chi fosse andato in pensione ad esempio nel 2020 a 62 anni e con 38 di contributi avrebbe avuto diritto a una pensione del 63,8% dello stipendio, con la riforma sale al 69,5%. Per un neoassunto la riforma è ancora più vantaggiosa: dal 54,8% al 70,3%. Un giovane che entri nel mondo del lavoro nel 2012, senza riforma sarebbe andato in pensione nel 2050 con una rendita del 53%, che invece sale al 71,9% se destina la quota del Tfr a un fondo chiuso.
Cosa prevede la riforma? Nei primi sei mesi dall’entrata in vigore del decreto o dall’assunzione, il lavoratore dovrà indicare espressamente al proprio datore di lavoro se mantenere la liquidazione oppure reindirizzarla a un fondo pensione, che potrà essere quello di categoria o negoziale oppure un altro fondo indicato dal lavoratore. Se il lavoratore non comunicherà nulla, si applicherà il principio del silenzio-assenso: verrà cioè trasferito automaticamente alla previdenza integrativa, nella forma prevista dai contratti collettivi, anche territoriali, o da altre forme stabilite da accordi aziendali. Quindi: i lavoratori assunti prima del 29 aprile 1993 devono comunicare entro sei mesi se vogliono continuare a versare nel fondo pensionistico soltanto la quota di Tfr prevista oppure l’intero accantonamento annuale. Se non comunicheranno nulla, la quota di liquidazione che ora rimane in azienda verrà automaticamente trasferita al fondo cui risultano iscritti. I lavoratori che già aderiscono a un fondo pensione ma sono stati assunti dopo il 29 aprile 1993 continueranno a versare alla cassa previdenziale l’intero Tfr, esattamente come avviene ora. Occorre precisare che queste regole si applicano al Tfr maturando, ossia alle quote di trattamento di fine rapporto che i lavoratori matureranno a partire dal 2008, la nuova normativa non si applica alle quote maturate in precedenza. Il lavoratore potrà cambiare idea, rinunciando alla liquidazione e facendola confluire in un fondo. Ma non vale il contrario: non potrà cioè decidere di ritornare al Tfr una volta che questo sarà confluito nei fondi. È prevista inoltre un’estensione progressiva della riforma anche ai dipendenti pubblici. Le cifre stanziate per il lancio della riforma del Tfr sono di 400 milioni di euro nel 2006, 930 milioni nel 2007 e 1 miliardo 130 milioni nel 2008.
La sinistra allarma e falsifica: «La riforma delle pensioni ha causato una frattura generazionale tra il sistema contributivo e la flessibilità del mondo del lavoro» (Cesare Damiano, responsabile del dipartimento Lavoro dei Ds, 25 gennaio 2005).
P Le totalizzazioni dei contributi
Il 19 gennaio 2006 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo sulla totalizzazione dei contributi a fini pensionistici. Con esso, come ha dichiarato Roberto Maroni, «la legge di riforma delle pensioni è complessivamente attuata. Si completa il lavoro del ministero del Welfare per quanto riguarda le grandi riforme».
D’ora in poi la pensione sarà più facile anche per chi ha svolto diversi lavori, e ha versato contributi in più fondi di previdenza. Grazie al provvedimento, infatti, si potranno sommare i contributi versati presso casse diverse durante la vita lavorativa per ottenere la pensione, senza la ricongiunzione onerosa, cioè senza dover pagare per cumulare i contributi. La pensione “totalizzata” sarà erogata dall’Inps. Finora la possibilità di cumulo era abbastanza limitata: solo per la pensione di vecchiaia e di inabilità, e solo se non si raggiungeva il minimo richiesto in nessuno dei fondi presso cui si erano versati i contributi. Ora può chiedere la totalizzazione chiunque abbia compiuto 65 anni e abbia 20 anni di contributi, oppure chi, a prescindere dall’età, abbia almeno 40 anni di contribuzione. I vari tronconi di contribuzione dovranno essere di almeno 6 anni, altrimenti il cumulo sarà comunque possibile a pagamento, ma trattandosi di periodi brevi avranno costi limitati e comunque deducibili fiscalmente.
I maggiori beneficiari di questo provvedimento saranno quanti tra i lavoratori autonomi o i liberi professionisti hanno periodi di contribuzione come lavoratori dipendenti oppure chi (co.co.co o lavoratori a progetto) è iscritto alla gestione separata Inps, i cui contributi non possono essere attualmente trasferiti. Finora i co.co.co in particolare non avevano nessuna prospettiva di pensione se non con una contribuzione di 20 anni, «cosa assai improbabile nella categoria», come rilevato dallo stesso ministro Maroni. Il provvedimento tutelerà, inoltre, gli over 55 che perdano il posto di lavoro e che trovino un nuovo lavoro nel settore dei lavori a progetto. Per realizzare la riforma, attesa da 15 anni, sono stati stanziati 200 milioni di euro. Si stima che la totalizzazione interesserà circa 2 milioni di persone, cifra che potrebbe lievitare data la crescente mobilità occupazionale.
Il governo ha inoltre varato altre misure in materia di previdenza, tra cui:
Legge Finanziaria 2002: è stata aumentata la pensione minima per le persone di 70 anni e oltre a 516, 46 euro, e nel 2004 l’aumento è stato portato a 535,95 euro.
Legge Finanziaria 2002: sono stati aboliti i recuperi di prestazioni pensionistiche pagate in eccesso dall’Inps fino al 2000 per le pensioni basse (fino a 8000 euro all'anno): cancellato dunque il rischio di dover restituire anni di arretrati dovuti a errori di calcolo dell’Istituto previdenziale.
Legge Finanziaria 2003: è stata estesa la fascia di pensionati esente da Irpef. Riguarda 7.600.000 di pensionati che guadagnano fino a 7.000 euro.
P Conclusione
È sorprendente come la sinistra abbia distorto il significato di una riforma indispensabile, che guarda al futuro, agli interessi dei lavoratori delle prossime generazioni senza toccare i diritti dei lavoratori attuali; una riforma sollecitata da anni dalle autorità europee e internazionali; una riforma che in nessun modo può essere considerata a favore degli interessi immediati dei partiti di governo. Si può dire che la sinistra, in questo caso, abbia reagito come la volpe e l’uva acerba. E sostiene di stare dalla parte dei lavoratori.
(3. Continua - Domani
il dossier sulla Sanità)