Welfare, la sinistra fa saltare i conti

Cambia il protocollo, allargata la platea dei lavoratori "usurati". Governo battuto in commissione: abrogato lo staff leasing

Roma - La sinistra radicale si prepara a vincere l’ultimo round della partita sul welfare. Quello decisivo, visto che tutte le modifiche al disegno di legge che riforma le pensioni e il lavoro, dovranno essere decise alla Camera, mentre al Senato non resterà che approvare un testo blindato.

Ieri la commissione Lavoro di Montecitorio ha approvato l’articolo uno, quello che ammorbidisce lo scalone della riforma Maroni che avrebbe portato l’età pensionabile a 60 anni a partire dal 2008. La sinistra ha incassato un allargamento della platea dei lavoratori addetti ad attività usuranti, che saranno esclusi anche dall’innalzamento graduale dell’età del ritiro previsto dalla nuova legge. Un emendamento del presidente di commissione, Gianni Pagliarini (Pdci), ha eliminato la soglia di ottanta notti all’anno al di sopra della quale si riconosce il diritto ai cosiddetti «turnisti». A decidere il nuovo limite sarà una commissione tecnica sindacati-governo.

Una soluzione che, secondo le opposizioni, farà saltare i conti della previdenza. «Invece di cercare di contenere una spesa ancora indeterminata e indeterminabile - hanno commentato Simone Baldelli e Luigi Fabbri di Forza Italia -, governo e maggioranza cercano di accordarsi su emendamenti che sembrano andare esattamente nella direzione opposta, con buona pace di quella parte della maggioranza che si dice attenta alle coperture finanziarie». In sostanza si starebbero realizzando i timori di chi in queste settimane ha previsto che, alla fine, lo smantellamento della Maroni e l’esclusione degli «usuranti» aprirà le porte della pensione anticipata a 20/25mila persone all’anno e non alle 5.000 previste dal governo. Ipotesi che il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, continua a scongiurare mantenendo fermo l’impegno per la copertura di quasi tre miliardi, preso con il ministero guidato da Tommaso Padoa-Schioppa.

Il compromesso sugli usuranti è stato salutato come una vittoria dalla sinistra. Anche il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero, di solito prudente, ha parlato di «un passo in avanti». Ma di questioni aperte ne rimangono molte. Rifondazione comunista, che nella notte di martedì aveva rotto le trattative con il governo, ieri ha deciso di continuare a dare battaglia anche sulla riforma del lavoro. E chiede di più sui contratti a termine, sui quali aveva già incassato delle concessioni (i 36 mesi oltre i quali non si potrà più rinnovare il lavoro a tempo potranno non essere continuativi e l’unica deroga non potrà superare gli 8 mesi). Il Prc ha scelto di non mollare nemmeno sul lavoro a chiamata. Il job on call, previsto dalla legge Biagi, che viene abolito anche se sono stati approvati due emendamenti della Cdl riformulati dal relatore Emilio Del Bono che introducono deroghe per i settori dello spettacolo, della ristorazione e del turismo. Il segretario del Prc, Franco Giordano, e il responsabile economia del partito, Maurizio Zipponi, hanno parlato di regali a Confindustria e hanno annunciato che, senza modifiche, il Prc «continuerà la sua battaglia» anche fuori dalla commissione, quindi in aula. Sullo staff leasing la commissione Lavoro di Montecitorio ha approvato invece, con il parere contrario del governo, un emendamento al ddl welfare presentato dal presidente della stessa commissione, Gianni Pagliarini, che abolisce questo tipo di contratto.

Ieri si è aperto anche un fronte con i socialisti della maggioranza che non vogliono rinunciare alle loro proposte. «Il governo - ha spiegato Lanfranco Turci - sa bene che deve mantenere l’impegno per istituire una forma di indennità di disoccupazione per i giovani» precari che «a differenza delle altre categorie non hanno nessuna tutela».
Un puzzle di richieste che l’esecutivo cerca di affrontare tutto insieme. Al vertice maggioranza-governo di ieri, il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta ha chiesto di chiudere in nottata. Un po’ per i tempi tecnici del ddl. Ma anche perché la legge non può arrivare al Senato con delle questioni aperte.