Welfare, la sinistra prepara l’assalto a Prodi

La polemica sui ministri alla manifestazione contro la legge Biagi non si placa. Da Rifondazione uno schiaffo al vicepremier D'Alema: "Si occupi di altro, no a questo monocolore Pd". Giordano: "Basta minacce, il corteo si farà". Diliberto: "Tutti in piazza il 20 ottobre"

Roma - Il «lupo» non c’è, è andato via. Ha lasciato al buon pastore di anime, un Clemente pastore di puro ceppo dc, il compito di ricevere quelle pecorelle smarrite. Troppo «rosse» e un po’ tanto ribelli. La favola di Telese potrebbe essere raccontata così, ieri. Almeno vista con gli occhi delle pecorelle.

Franco Giordano e Gennaro Migliore, capipopolo rifondatori, chiamati nella tana di Mastella a giustificare l’insensatezza di una manifestazione contro il governo di cui fanno parte. Una scelta obbligata, considerato il meccanismo imperante a sinistra, dove chi è più a sinistra (oggi, il Pdci di Diliberto) rifiuta qualsiasi tentativo di mediazione e insiste nel chiamare «tutti in piazza» (nonostante l’unico ministro del Pdci, Bianchi, abbia già fatto sapere che come sempre non parteciperà al corteo). I rifondatori sul banco degli imputati, allora, dopo i diktat e le arringhe veementi arrivate da un «lupo» dalle mille teste, tutte centriste e tutte scandalizzate da tanto ardire. Pronte persino a minacciare la crisi. Padoa-Schioppa, Veltroni, Mastella e ieri mattina D’Alema. Stesso canovaccio, stesso verdetto.
Ma Giordano non ci sta. Incurante della platea «nemica», fatta di dalemiani attardati e democristiani attempati, che lo contestano nei passaggi più «impopolari» (almeno qui), il leader della sinistra alternativa si esalta nella sfida. «Adesso basta con questo teatrino - esordisce -. Basta con queste intimidazioni e con queste minacce!». Ce l’ha con un governo ormai «diventato monocolore Pd». Ce l’ha con D’Alema che ha appena infiammato la platea amica, e lo invita a occuparsi di altro e non del corteo. Specificherà Migliore: «D’Alema ha la tendenza a giudicare più i problemi degli altri che non quelli che ha casa sua, molto più grossi...».

La gente mormora, ma Giordano non fa una piega, manco fosse all’assemblea di fabbrica: «Noi non abbiamo mai criticato gli altri per le loro manifestazioni, e allora che cosa volete dalla sinistra? Qual è il problema? Non si vuole riconoscere l’autonomia di una soggettività di sinistra? Io rivendico questo diritto...». Le contestazioni non gli arrivano soltanto dal pubblico, ma anche dagli altri ospiti del dibattito, primo fra i quali Enrico Letta. Sotto gli occhi del pubblico di Telese va in scena la crisi di governo latente, ma evidente nella distanza di posizioni. Il leader di Prc, secondo partito della coalizione, non è andato lì per stare sotto botta. «Non so quali ambienti frequentiate voi del Pd - stuzzica -..., ma io sento un malessere nella società italiana, gente che non arriva alla fine del mese. Non mettiamoci le mani davanti agli occhi, investiamo sulla partecipazione della gente perché abbiamo solo da guadagnarci...». Alla domanda «come si fa a manifestare contro il proprio governo?», Giordano ha già sfoderato un uno-due micidiale. Primo colpo, lapalissiano: «Semplice, perché non è contro il governo». Secondo colpo, a sorpresa: comincia a leggere un foglio. «Vorrei che per queste ragioni ci fosse una mobilitazione di cui si parla. Nelle piazze come nei luoghi di lavoro, portando le vostre istanze, il vostro orgoglio popolare, i vostri stimoli e naturalmente anche le critiche...». Si interrompe: «Sapete chi è che parla? Sapete chi ha scritto questa lettera il 2 agosto scorso? Romano Prodi...».

Dunque il premier appoggia la manifestazione contro le scelte del governo che presiede sul Welfare. Miracolo. Il ribaltamento è tale, che Giordano, da vincitore, rasserena gli alleati: «Sarà una manifestazione serena e pacifica, scenderà in piazza il popolo dell’Unione che vuole difendere il governo e il suo programma». Su quest’ultimo punto Prc non transige. La nascita del Pd «ha creato instabilità, con la rincorsa al centro», spiega Giordano. Che ricorda come l’esecutivo sia diventato «ormai un monocolore Pd... Una tolda di comando così non ce l’ha nessun governo di coalizione in Europa. Ma noi non vogliamo più posti, diamo fiducia a questo governo però solo se rimane fedele al programma... Se così non è si ridiscute tutto, punto per punto». Una minaccia, una promessa. Forse la semplice premessa per un cambio di cavallo in corsa.