Il welfare spacca la maggioranza Subito un altro rischio per il Prof

Su pensioni e lavoro il premier dovrà riguadagnarsi
i voti alleati. Martedì vertice decisivo col governo

da Roma

Che la partita fosse complicata, lo si era capito giovedì, quando, con il governo in bilico sulla finanziaria, Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa e altri ministri trovavano il tempo per partecipare a una serie di incontri e vertici sul Welfare. E cioè sul disegno di legge che comprende la riforma delle pensioni e quella del lavoro, attualmente alla commissione Lavoro della Camera.
Ieri le difficoltà sono venute a galla. Sulle pensioni si sono divisi ministri di peso, come Cesare Damiano e Pier Luigi Bersani. E si prospetta un nuovo passaggio parlamentare ad alto rischio al Senato, con minacce di bocciatura che questa volta arrivano sia dalla destra sia dalla sinistra della maggioranza.
Dini minaccia il «no». A mettere i paletti per i riformisti è stato di nuovo Lamberto Dini. «Se si dovesse andare al di là di quanto concordato non lo voteremmo», ha avvertito il leader dei Liberaldemocratici, che per difendere la legge è disposto a causare la crisi del governo.
Le preoccupazioni dell’ex premier riguardano in particolare i conti del sistema pensionistico. Non c’è nessuna certezza su quanto costerà il superamento dello scalone previsto dalla riforma Maroni (quello che portava l’età pensionabile da 57 a 60 anni con 35 di contributi a partire dal 2008) con un sistema più graduale. E soprattutto nessuno sa quanto peserà sui conti l’esclusione dei lavori usuranti dall’aumento dell’età pensionabile.
Spesa fuori controllo. Su questo aspetto le obiezioni più pesanti sono ancora quelle della Ragioneria Generale dello Stato. Alla commissione tecnica sindacati-governo sugli usuranti, i guardiani dei conti hanno detto chiaramente che l’equilibrio già precario trovato nel testo non potrà essere modificato. Preoccupazioni che si aggiungono a quelle sulla finanziaria 2008 i cui oneri per i conti pubblici, con le modifiche decise al Senato, sono lievitati di una cifra tra 1,5 e due miliardi di euro.
La sinistra insiste. Anche il ministro del Lavoro Damiano, così come i sindacati e Confindustria, si è schierato contro le modifiche al Ddl. Modifiche che per la sinistra radicale, sono invece una condizione «assolutamente necessaria», come ha ricordato ieri il segretario di Rifondazione Comunista Franco Giordano. Posizione condivisa anche dagli altri partiti della Cosa rossa, che hanno chiesto un vertice con il premier Prodi dopo la finanziaria. Ancora una volta il rischio per il governo viene però dai dissidenti della sinistra. Per i momento Franco Turigliatto è fermo sul no.
Governo diviso sullo stralcio. Una delle soluzioni a questa impasse rimane quella dello stralcio del nodo usuranti dal resto del ddl, in modo da approvare subito l’abolizione dello scalone. Un’ipotesi sulla quale si sarebbe speso negli ultimi giorni il ministro dello Sviluppo Bersani e che vede decisamente contrario il responsabile del Lavoro Damiano e i sindacati.
Misure pro-Pmi a rischio. L’altro argomento critico del disegno di legge è la riforma del lavoro. Il governo ha annunciato delle mini deroghe all’abolizione del Job on call, cioè il lavoro a chiamata, per i settori a forte stagionalità come il turismo, lo spettacolo e il commercio. Apertura al mondo delle piccole imprese che non è piaciuta alla sinistra, come ha spiegato Titti Di Salvo, capogruppo di Sd alla Camera: «si vuole mantenere per le categorie che, guarda caso, sono quelle dove è più in uso».
Fi: «imploderanno». Tutti nodi che il governo cercherà di sciogliere in un vertice maggioranza-governo che si terrà martedì. Scelte non facili a meno che qualcuno non ci perda la faccia, secondo le opposizioni di centrodestra. In particolare Forza Italia ha invitato gli alleati a non mollare la presa proprio ora. «È più che mai possibile l’implosione del governo», ha assicurato il senatore Maurizio Sacconi. Questo «è il primo vero bivio politico per il governo», spiegano i deputati azzurri Simone Baldelli e Luigi Fabbri. Sicuri che Prodi, finirà per perdere «pezzi determinanti di una maggioranza ormai inesistente».