WELLES Carisma criminale

Mia madre non mi aveva mai chiesto come mi guadagnassi da vivere. Aveva raccontato così tante menzogne sui suoi presunti lavori che aveva la saggezza - e la pigrizia - di non ficcare il naso in quelli degli altri. Prese quindi per buono il mio ottimismo di facciata, senza curarsi di sapere su quali basi poggiasse. E questo non poteva che rallegrarmi. Se mi avesse fatto delle domande, avrei avuto difficoltà a risponderle. Solitamente le mie fonti di guadagno erano, anche se non sempre disoneste, almeno particolari. Altalenanti, spesso dipendenti dalla buona sorte, basate su qualche indiscrezione o perfino su un’improvvisa reticenza.
Come avrei potuto dirle quel giorno che i piani per il mio futuro, per ricominciare tutto dall’inizio, si basavano soltanto su un nome? Anche se era un nome conosciuto, perché tutti avevano sentito parlare di Arkadin.
Già, tutti ne avevano sentito parlare ma nessuno sapeva granché sul suo conto, né che tipo d’uomo fosse né che aspetto avesse. Gli aneddoti su di lui erano innumerevoli, sempre che non fossero il prodotto delle fertili menti di quei giornalisti a caccia di pettegolezzi che ogni giorno devono sfornare una razione di dicerie, storielle, calunnie, insinuazioni, frecciate maliziose per quella moltitudine anonima che ama leggere di personalità sfuggenti. Era di dominio pubblico che Arkadin avesse la fobia delle macchine fotografiche. Una volta ne aveva fracassata una sulla testa di un fotografo che non aveva accettato un «no» come risposta, un incidente che aveva causato ad Arkadin un sacco di guai con la stampa. Un assegno sostanzioso per un’associazione di giornalisti aveva risolto la querelle. Da allora, gli editori avevano smesso di mettere alla prova i fotografi alle prime armi chiedendo loro una foto del terribile Arkadin. Il suo posto era stato preso da Re Farouk.
In mancanza di foto del magnate, i giornali ripiegavano sulle caricature. La stazza imponente, la barba squadrata, i capelli a spazzola, le pellicce enormi, i larghi cappelli - accessori che sembravano scelti con cura per enfatizzare, ingigantire e aumentare la sua già imponente figura - erano noti in ogni angolo del mondo.
I suoi motti sferzanti erano ampiamente citati. Venivano stampati resoconti minuziosi delle feste che organizzava, alcune ragguardevoli per lo sfarzo, altre poco più che squallide orge. La sua vita sentimentale era oggetto di continue speculazioni e congetture. Tutto faceva brodo. Cambiava spesso anima gemella, o più semplicemente, ne accumulava un’altra. Per quanto il suo appetito potesse essere smisurato, non aveva difficoltà a trovare carne fresca e vergine. Farsi vedere in compagnia di Arkadin equivaleva a farsi pubblicità su qualche rivista. Inoltre, le sue relazioni finivano sempre con qualche delizioso regalino. Cosa non farebbe una donna per una spilla di diamanti, una pelliccia di volpe bianca o anche un semplice cappotto di astrakan!
Avevo sentito parlare di Arkadin a New York, Londra e Amburgo. Sapevo che era coinvolto in tutti gli affari di un certa importanza. Possedeva piantagioni in Brasile e nel Borneo, miniere in Alaska e in Sud Africa, pozzi petroliferi, ferrovie, centrali energetiche. E ancora, flotte di pescherecci e di battelli a vapore, laboratori di ricerca - e non c’era sempre lui dietro i finanziamenti per la ricerca sui voli interplanetari? Era a capo di progetti per fertilizzare il Sahara e rendere commestibili le alghe marine. Finanziava musei, istituti d’igiene mentale, centri per la ricerca sul cancro. Era dappertutto, dietro ogni cosa c’era lui, o per meglio dire c’era il suo nome, che era tutto quello che si sapesse di quell’uomo, il nome: nell’angolo in basso di un assegno o in calce a un contratto.
Ed era tutto ciò che anch’io possedevo, un nome sulla bocca di tutti, che era stato pronunciato, con uno sforzo immenso e tanta insistenza, da un uomo in fin di vita, tre mesi prima, in una notte avvolta dalla nebbia, al porto di Napoli.