"Il western? Macché eroi. Erano ubriaconi"

esce un'antologia di racconti di Elmore Leonard, lo scrittore americano che ha rivoluzionato il modo di narrare la Frontiera. "Non era un mondo di uomini coraggiosi ma di codardi senza distinzioni tra buoni e cattivi"

I dialoghi delle sue storie sono come pallottole e sono cinquant’anni che continua a centrare il bersaglio con i suoi noir e i suoi western. Autentico e infallibile pistolero della narrativa pulp lo scrittore americano Elmore Leonard ha visto Hollywood costruire con successo film come Joe Kidd, Hombre, 52 Gioca o muori, Out of Sight, Get Shorty, Jackie Brown e Be Cool, tratti da sue storie, e ha avuto nel tempo la fortuna di essere lanciato e promosso da suoi grandi fan come Saul Bellow, Martin Amis, Stephen King, Quentin Tarantino e Steven Soderbergh che hanno sempre sostenuto l’unicità e l’originalità del suo stile. Ma prima di essere considerato un grande maestro della letteratura noir-poliziesca grazie a opere come Il grande salto, Casino, Dissolvenza in nero e Get Shorty, il nostro Leonard aveva già alle spalle una robusta carriera di autore di western, genere che aveva iniziato a frequentare a partire dal 1951, anno in cui aveva prodotto il suo primo racconto intitolato La pista apache. Proprio a questo genere narrativo, che Leonard ha frequentato con successo pubblicando racconti su riviste come Argosy, Dime Western Magazine, Western story Magazine, Zane Grey’s Western è dedicata l’eccellente antologia Tutti i racconti western (Einaudi, pagg. 676, euro 20) che contiene trenta storie doc, interamente dedicate dallo scrittore di New Orleans al mondo della Frontiera. Avventure on the road che hanno per protagonisti vicesceriffi disposti a tutto pur di scortare in prigione incalliti criminali; scout abituati a seguire le piste degli indiani ribelli nei luoghi più impervi; apaches per i quali è pericoloso separarsi dai propri amuleti e disposti a qualsiasi tipo di scorreria; mogli di ufficiali capaci di sopravvivere a razzie e stupri; avventurieri alla ricerca di tesori nascosti e miniere misteriose; militari destinati a subire agguati o a sventarli; ladri di bestiame e cacciatori di bufali pronti a sfidare in maniera beffarda il destino avverso; banditi pronti ad infuocare saloon e ghost town; giacche blu capaci di sfidare i pellerossa in improbabili duelli all’ultima tazza di tizwin (la pestilenziale birra mescalero); soldati di colore capaci di salvare a Cuba le milizie dei gloriosi Rough Riders. Fra queste incredibili storie contenute nel prezioso omnibus Einaudi tradotto da Luca Conti ce ne sono tre che hanno costruito lo spunto per classici del western come I tre banditi, Quel Treno per Yuma e Io sono Valdez ma praticamente tutti i racconti siglati da Leonard avrebbero potuto essere ottimi soggetti cinematografici. Lo stile pulp adottato da Leonard per queste storie che esplorano in maniera realistica il mondo della Frontiera lo accosta per certi versi a narratori tradizionali come Zane Grey e Louis L’Amour più che a innovatori contemporanei di questo genere come Cormac McCarthy o Joe R. Lansdale, ma sin dalle prime pagine emerge non solo una profonda passione dello scrittore per le situazioni nere ma anche una profonda conoscenza sia degli usi che del linguaggio dell’epoca. Nel periodo in cui Elmore Leonard scrisse questi racconti la sua metodologia di stesura è stata sicuramente desueta, come ci ha raccontato lui stesso: «Ero costretto a svegliarmi molto presto alla mattina, intorno alle 5 e mi sforzavo di scrivere più pagine possibili prima di mettere su il caffè e fare colazione. Dovevo cercare assolutamente di finire un racconto o di arrivare a buon punto prima di uscire di casa per andare a lavorare. All’epoca scrivevo testi pubblicitari per la Campbell-Ewald Advertising e non ero sicuro che sarei riuscito a sbarcare il lunario solo con i miei racconti». La scelta di un genere come il western non è stata d’altra parte per Leonard un’esigenza creativa bensì contingente: «Avevo cominciato a scrivere racconti subito dopo essere ritornato dalla guerra ed all’inizio ero stato anche così fortunato che mentre ero iscritto all’Università una delle mie storie era arrivata fra le prime dieci di un concorso indetto dalla Facoltà di Lettere e filosofia di Detroit. Ma in realtà per lungo tempo non sono riuscito a piazzare neppure uno dei miei racconti ad alcun editore. Siccome negli anni Cinquanta il western era il genere letterario più popolare e il più richiesto dalle riviste pulp ho pensato che forse valeva la pena di tentare di scrivere proprio storie di Frontiera. Così mi sono documentato accuratamente sul periodo e i luoghi e ho cominciato a raccontare quel mondo seguendo la mia sensibilità. In particolare, mi sono concentrato su due elementi che all’epoca erano molto popolari e mi sembravano importanti da esplorare: la vita degli apaches e quella della Cavalleria. Quello che non ho mai fatto invece è cercare di raccontare il confronto fra un buono e un cattivo che si incontrano sulla strada nel Selvaggio West e si affrontano sfoderando le loro Colt. Questa idea del duello fra l’eroe e la sua nemesi che si risolve sempre con una gara di tiro alla pistola non mi ha mai convinto. E dubito che nella storia del West siano mai successi eventi del genere. In realtà le cronache del periodo ci testimoniano situazioni molto diverse in cui spesso tizi assetati di vendetta entravano nei saloon e sparavano ai loro avversari alle spalle vedendoli seduti al bancone. Posso assicurarle che nella maggior parte dei casi non riuscivano mai a centrare i loro bersagli». Ma nonostante Leonard si sia trovato molto a suo agio nel raccontare la Frontiera per almeno una decina d’anni, riscuotendo successi sia di critica che di pubblico, a un certo punto della sua carriera si è visto in qualche modo costretto a cambiare genere e a scegliere la linea narrativa del noir: «Ho smesso di scrivere storie western quando la televisione ha cominciato a uccidere con i suoi serial quel tipo di narrativa. La televisione ha rivoluzionato la narrativa popolare spiazzando tutte le altre forme di intrattenimento dell’epoca. Verso la fine degli anni Cinquanta c’erano circa una trentina di serie televisive western che cominciarono letteralmente a spopolare. Per la maggior parte si trattava di fiction che non mi piacevano e che trovavo stereotipate e piene di cliché. Sono stato così costretto in maniera brusca a interrompere la mia produzione western perché le riviste pulp hanno cominciato ad avere serie difficoltà editoriali».

«Fino ad allora - continua Leonard - mi ero trovato a scrivere storie con un’ambientazione storica ben precisa ma che mi permettevano una certa libertà di divagazione e di invenzione. Passando al noir ho dovuto misurami con la contemporaneità. E visto che non amavo l’idea di scrivere l’ennesima storia con un’investigatore privato e non volevo nemmeno seguire certi schemi seriali ho preferito esplorare il lato oscuro, quello della criminalità cercando ogni volta di cambiare ambientazione: da Detroit ad Atlantic City, da New Orleans a Las Vegas. Ho così costruito storie nelle quali ho voluto che fossero soprattutto i dialoghi dei miei protagonisti a scandire le loro vicende e a renderli veri agli occhi dei lettori».