Westerwelle, l’antipatico vincitore liberale

Nessun sondaggio attribuiva all’Fdp più del 7 per cento: il «miracolo» del terzo posto si spiega con la rinuncia ad ogni ambiguità sulle alleanze

Marcello Foa

nostro inviato a Berlino

E dire che lo consideravano antipatico. Guido Westerwelle, 43 anni, è il leader del Partito liberale che, assieme al nuovo partito di estrema sinistra, è l’unico sicuro vincitore delle elezioni di ieri. I neocomunisti hanno ottenuto l’8,7% dei consensi, l’Fdp quasi il 10%, ben tre punti in più rispetto alle elezioni del 2002. Nessun sondaggio aveva previsto un allungo così perentorio. Il merito, senza dubbio, è suo. Ai tedeschi, dicevano i politologi, Westerwelle non piace: troppo sicuro di sé, troppo razionale. Più che un leader politico sembra un giovane banchiere rampante di Francoforte o della City londinese.
Eppure il miracolo gli è riuscito. Non era facile resuscitare questo partito, segnato, nel passato recente, da un episodio imbarazzante terminato in tragedia. Nel 2002 il vice presidente Jürgen Möllemann pubblicò un pamphlet dai toni ambiguamente antisemiti; si trattava di una mossa elettorale per conquistare le simpatie di un’estrema destra che allora sembrava in forte crescita. Ma su questi temi la Germania non transige. L’opinione pubblica insorse, Möllemann fu costretto alle dimissioni. Era una delle primedonne della politica tedesca, divenne un signor nessuno sospettato di nostalgie naziste. Nel maggio del 2003 si suicidò. Un debutto difficilissimo per il giovane Guido, eletto presidente alla fine del 2001.
Ma Westerwelle è un mastino. Non molla. E dalla sua parte aveva - e ha tuttora - i grandi vecchi del partito. Due su tutti: l’ex presidente della Repubblica federale tedesca Scheel e l’ex ministro dell’Economia Lambsdorff, entrambi molto influenti. Il risultato delle elezioni del 2002 fu deludente: il solito 7%, ma certo Westerwelle meritava una prova d’appello. Lui, come tutti, pensava di giocarsi tutto alle elezioni del 2006, cioè a fine legislatura. Schröder lo ha costretto ad anticipare i tempi di un anno.
Una campagna elettorale partita molto male. Tutti a parlare di «Angie» e del suo ministro delle Finanze, Kirchhof. Il partito liberale sembrava scomparso dai media. E dalle piazze. Migliaia di persone a seguire i comizi della Merkel, poche centinaia a quelli dell’Fdp, nonostante la presenza, nei suoi ranghi, di buone personalità, come il responsabile degli Esteri Wolfgang Gerhardt. Quattro giorni fa il disastro sembrava prossimo: un sondaggio dava i liberali addirittura al 6,5%, pochi punti sopra lo sbarramento del 5%.
E invece il popolo dei liberali - piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti - improvvisamente si è risvegliato e ha conferito a Westerwelle un successo insperato.
Ieri sera tutti si chiedevano se l’Fdp intenda partecipare alla «Grosse Koalition» con la Cdu e l’Spd. Grazie a quel 10% avrebbe potuto ottenere ministeri importanti. Ma il presidente ha posto immediatamente fine a ogni illazione: «Ci siamo battuti per cambiare radicalmente questo Paese - ha dichiarato ieri nel quartier generale di Berlino circondato da una folla euforica -. Non siamo interessati al potere per il potere: staremo all’opposizione».
Il suo disegno politico appare chiaro: smarcarsi sempre di più da un partito, la Cdu, paralizzato dalle correnti e rappresentativo più dell’establishment che delle forze nuove dell’economia tedesca. È a queste che ora l’Fdp si rivolge. Il suo disegno è chiaro: più mercato, meno tasse, uno Stato sociale ridotto all’osso. In politica estera grande fedeltà agli Stati Uniti. Ora dovrà attendere quattro anni per sperare di realizzare questo programma, ma non c’è dubbio che il declinante Partito liberale stia tornando a essere una voce fresca, vitale nel panorama politico tedesco. Al timone, alle elezioni del 2009, ci sarà ancora lui, non ci sono dubbi: Guido Westerwelle, l’antipatico che sa farsi strada.
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