La Westwood: "Faccio sfilare i rom" Poi in passerella arruola figuranti

"I gitani sono dandy romantici", proclama la stilista all’evento milanese. Ma la sua provocazione si risolve in farsa: in passarella si sono visti solo (bellissimi) modelli brasiliani e portoghesi, oltre a un muscolosissimo figurante italiano

Milano - Pelle ambrata, tatuaggi, muscoli, lineamenti marcati, sorrisi da mascalzone, illuminati da una fila di denti d'oro che luccicano da una parte all'altra del parterre. Un gentleman randagio, un Brad Pitt sbruffone e fascinoso. Così almeno ce l’avevano raccontata, l'ultima provocazione della stilista inglese Vivienne Westwood, accompagnata dal sottofondo di una musica di ispirazione gipsy, forte, martellata. Perché la sfilata stavolta era di frontiera, fatta apposta per raccontare nientemeno che lo stile e la cultura delle minoranze Rom. Era da prima che partisse la settimana della moda maschile che circolava voce che la stilista avrebbe reclutato dei Rom (veri) per proiettarli sulla passerella milanese della Permanente: «Uomini senza radici, dal dandysmo poetico» aveva sospirato madame Vivienne.

Invece niente. In passerella si sono visti solo (bellissimi) modelli brasiliani e portoghesi, oltre a un muscolosissimo figurante italiano. Ma di Rom (veri) nemmeno l’ombra. Certo l’interfaccia italiana l’aveva avvisata che in Italia per i Rom di questi tempi tira una brutta aria, ma lei che, si sa, è politicamente impegnata, non ha mollato il colpo spiegando che la sua collezione «è un omaggio a una minoranza etnica di cui la gente conosce poco, con una storia e una cultura antiche». Una minoranza mai comunque vista dal vivo, in un campo nomadi (vero) perché va bene lo stile ma poi non si sa mai. E allora via agli occhi sottolineati da una matita rossa, per rendere torbido lo sguardo, la barba sfatta, le catene dorate, i capelli lunghi arruffati e impomatati, alla vecchia maniera.

Piaciuta? Mica a tutti. «Sarei stata contenta se avessero fatto sfilare i rom veri, almeno qualcuno di loro avrebbe finalmente trovato lavoro», ha ironizzato Tiziana Maiolo, assessore alle Attività produttive moda e design del Comune di Milano, che gli «zingari», quelli doc, dei campi milanesi, li conosce bene: «La Westwood? Mi piace molto, però questa volta ha esagerato. La posso giustificare solo perché è straniera e forse non è informata bene: gli italiani sono costretti a subire dai nomadi furti e scippi, senza contare la mancanza di igiene, senza contare che non lavorano e sfruttano i minori». Solo una versione romantica e romanzata dei rom, quella proposta dalla Westwood secondo l'assessore, ma soprattutto «una trovata per farsi pubblicità, perché si sa che andando controcorrente si ha più spazio sui giornali». Ma non è l’unica ad averla presa storta: «Sembrava di essere in galera, la prossima volta dovrebbero farla a San Vittore», ha commentato irritata la contessa Garavaglia al termine della sfilata, pensare che nel backstage era tutta sorrisi e complimenti per la stilista. Solo Elio Fiorucci, grande amico della designer, l'ha difesa a spada tratta: «Ha sempre il coraggio di scuotere il mercato. La moda è novità, se non si fanno cose nuove non si è creativi. Lo scandalo? È l'altra faccia della medaglia».

In passerella intanto scivolava via la collezione Westwood per la prossima estate, un po' dandy un po' gipsy: pantaloni che diventano «molli», giubbini che «perdono» le maniche, completi che si indossano spezzati, gilet che si portano rigorosamente a torso nudo, canotte che hanno un’aria un po’ sporca. Anche i volti degli zingari erano tutti lì, ma solo stampati sulle maglie. Sai com’è: non si sa mai...