Why The Economist porta rogna

Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: e l’Economist scrive scemenze. È una delle poche certezze che abbiamo: da quasi vent’anni il settimanale anglosassone non ne azzecca una (sull’Italia) e lascia capire che a guidare il nostro Paese sarebbe adatto forse solo un inglese, o al limite Fabio Capello. L’ultima oracolare rivelazione è che Berlusconi è inadatto a guidare l’Italia, asserzione che peraltro a sinistra porta una rogna terribile. L’Economist scrisse questo nel 1993 e Berlusconi vinse, lo riscrisse nel 2001 e Berlusconi vinse, tre anni dopo tornò a strillarlo in copertina («Basta, è tempo di licenziare Berlusconi») e Berlusconi stabilì il record nazionale di stabilità e durata governativa. Ma il pregiudizio dell’Economist lo rende sospetto anche quando potrebbe aver ragione: scrisse centinaia di articoli per dire che Prodi era inadatto a guidare la Comunità europea e poi tornò a demolirlo prima che formasse il suo ultimo e defunto governo: di passaggio, già che c’era, spiegò che il nostro Paese era in un declino irreversibile e che Veltroni era vecchio pure lui, e che all'orizzonte non c'era nessuno. Nell’insieme, un ventennale agglomerato di luoghi comuni, superficialità, letteratura scandalistico-dietrologica e ciarpame giudiziario. Da qui la domanda semplicissima: che ci frega dell’Economist?