Why Not, Napolitano vuole chiarimenti Salerno-Catanzaro: guerra tra procure

Caos giustizia: Catanzaro indaga
sui pm di Salerno. Gli uffici giudiziari del capoluogo calabrese al contrattacco: avvisi di garanzia a sette colleghi campani. Esplode il conflitto sul <strong><a href="/a.pic1?ID=311827" target="_blank">caso De Magistris</a></strong>. Il capo dello Stato chiede gli atti (<strong><a href="/a.pic1?ID=311833" target="_blank">i retroscena della mossa del Quirinale</a></strong>): &quot;Gravi
implicazioni&quot;. Mancino al Csm: &quot;Sono pronto a lasciare&quot;

Roma - Quella di Catanzaro è una «vicenda senza precedenti» per Giorgio Napolitano e anche il comportamento del capo dello Stato è del tutto eccezionale. Prima, chiede notizie al Procuratore generale di Salerno, per capire i motivi delle perquisizioni in grande stile, degli avvisi di garanzia che tre giorni fa hanno colpito magistrati, politici e imprenditori e dei sequestri dei fascicoli di inchieste in corso: la Poseidone e la Why not, che aveva tra gli indagati l’allora premier Romano Prodi e il suo Guardasigilli Clemente Mastella, iniziate dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris e ora in diverse mani. Poi, rivolge la stessa richiesta anche al Procuratore generale di Catanzaro, esprimendo «grave preoccupazione» per l’«aperto, aspro contrasto» in corso tra gli uffici giudiziari. «Fatti che non devono accadere. Credo che il Csm si appresti a intervenire», commenta il premier Silvio Berlusconi nel pieno della bufera. E il Guardasigilli Angelino Alfano si augura che vicende come questa inducano il Pd a votare con la maggioranza la riforma della giustizia.

Lo scenario, per diversi politici del centrodestra, è da «guerra tra bande» di magistrati. E lo stesso Csm si trova sotto accusa per aver condannato De Magistris che, secondo le toghe di Salerno, è stato vittima di un «complotto». Palazzo de’ Marescialli ha dunque partecipato in qualche modo alle manovre per sottrarre a De Magistris le indagini? La situazione, al Csm, è particolarmente delicata perché nell’indagine Why not emerge anche il nome del vicepresidente, Nicola Mancino, per una chiamata dal suo telefono al principale indagato, Antonio Saladino. L’interessato spiega che l’ha fatta un suo collaboratore, ma si dice pronto alle dimissioni se peseranno «ombre» su di lui. «Non avrei esitazione a togliere l’incomodo». Una risposta «troppo signorile» per Alfano. E questo, mentre il Csm si prepara ad occuparsi proprio dell’affaire Catanzaro.
In questo quadro, il Quirinale interviene sostenendo che «forme e modalità di esecuzione» del blitz salernitano suscitano «inquietanti interrogativi». Soprattutto, perché il sequestro dei fascicoli ha provocato l’interruzione di indagini in corso, «la paralisi della funzione processuale». Napolitano, che è anche presidente del Csm non interviene in questa veste, ma direttamente (Palazzo de’ Marescialli a sua volta ha chiesto gli atti), in difesa del principio costituzionale dell’ «indefettibilità della giurisdizione», dell’«efficienza del processo». Ma Antonio Di Pietro esprime «riserve sul modo e il tono» usati dal Quirinale. «Così - dice - si rischia di criminalizzare preventivamente l’attività di Salerno».

Napolitano scende in campo dopo le proteste del Procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, uno di quelli che hanno ricevuto l’avviso di garanzia. Si sarebbe rifiutato di trasmettere appunto i fascicoli di «Poseidone» e «Why not» a Salerno. Proprio Iannelli, nell’ultimo atto, risponde agli attacchi con un controsequestro delle carte e la stessa polizia giudiziaria che ha agito martedì stavolta consegna 7avvisi di garanzia ai magistrati salernitani, per reati d’abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio. «Un comportamento inaudito. Non potevamo rimanere fermi», dice Iannelli.

La guerra tra le Procure nasce diversi anni fa, quando a Catanzaro De Magistris perde le sue inchieste su oscuri intrecci tra magistrati, politici, finanzieri e imprenditori. Prima il procuratore capo Mariano Lombardi gli revoca la delega per la Poseidone, poi c’è l’avocazione della Why not da parte dell’allora Procurato generale Dolcino Favi. Anche per l’inchiesta Toghe lucane De Magistris sostiene che si è arrivati a un passo dall’avocazione.

Il ministero della Giustizia ha già sottoposto il pm a 3 anni di ispezioni, quando il Pg della Cassazione apre un procedimento disciplinare su di lui. Il Csm processa De Magistris e a gennaio lo condanna, trasferendolo a Napoli. Ma nel frattempo è entrata in campo anche la procura di Salerno, che ha ricevuto denunce sia di De Magistris che contro di lui. Queste ultime vengono archiviate pochi mesi fa e la procura si convince che il magistrato è vittima di un «complotto» anche da parte dei colleghi di Catanzaro. Vuole vederci chiaro sulla revoca dell’inchiesta Poseidone e l’avocazione della Why not, che giudica illegittime e chiede gli atti a Catanzaro. Di fronte alle resistenze, arriva un decreto d’urgenza che dovrà essere convalidato dal gip, con sequestri, perquisizioni e avvisi di garanzia. Ma il ministero della Giustizia stavolta manda gli ispettori a Salerno, anche se Alfano deve scegliere 007 diversi da quelli che nel 2005 e nel 2007 sono stati a Catanzaro: 5 dei 21 diretti da Arcibaldo Miller, infatti, sono stati a loro volta indagati 9 mesi fa proprio da quella procura per abuso di ufficio, dopo gli esposti di De Magistris. L’intrigo è totale.

Chi avrà ora la competenza sulle scottanti inchieste che furono di De Magistris, se sono indagati sia i colleghi catanzaresi che quelli salernitani? Napoli? Ma lì c’è lui, il pm all’origine di tutto. E allora Roma, Perugia?