Wikileaks, bufala svelata L'ambasciatore: a Obama l'Italia di Silvio va bene

Un mese dopo le rivelazioni di Wikileaks l’ambasciatore Usa a Roma capovolge i suoi giudizi ed elogia l’esecutivo

Ma qual è il vero David Thorne, che di professione fa l’ambasciatore americano a Roma? È quello che qualche mese commentava con toni preoccupati la vita privata del Cavaliere o è quello che ieri, in un’intervista alla Stampa, ha dichiarato che i rapporti tra Stati Uniti e Italia «non sono mai stati così stretti», esprimendo «grande apprezzamento per il governo»? Probabilmente né l’uno, né l’altro. O forse entrambi. Dipende come si considera la diplomazia e, soprattutto, come la interpreta la stampa.
Quando uscirono gli scoop di Wikileaks la maggior parte dei giornali annunciò una crisi epocale nelle relazioni tra Washington e Roma, e soprattutto tra Obama e Berlusconi. Messaggio tutt’altro che subliminale, ma urlato a tutta pagina: Barack molla Silvio. Alla vigilia della fiducia del 14 dicembre faceva un certo effetto. E aiutava, eccome se aiutava...
Oggi, applicando lo stesso parametro, i giornali di centrodestra dovrebbero commentare trionfalmente le dichiarazioni di Thorne, ma sarebbe fuorviante, così come era sbagliata la strumentalizzazione di un mese fa innescata da Wikileaks.
La realtà è più articolata, soprattutto quando coinvolge la diplomazia, le cui logiche sono antitetiche a quelle dei media. E sovente a quelle della politica. Correggere, smussare, alludere. In guanti di velluto e con l’indispensabile dose di ipocrisia; dunque, se necessario, senza badare alla coerenza.
David Thorne, rilasciando l’intervista che, come è facile immaginare, è stata calibrata parola per parola ha interpretato un classico dal galateo delle cancellerie ottenendo la risposta desiderata ovvero il «pieno compiacimento» dalla Farnesina.
Questo significa che tra Obama e Berlusconi sia iniziato un nuovo idillio? La risposta è no, perché non ce n’è bisogno. I rapporti tra Stati Uniti e Italia non sono mai stati in crisi sugli argomenti che contano. Ogni volta che Washington ha chiesto un impegno concreto al nostro Paese - in Afghanistan, in Iraq, in Kosovo, in Libano, in Somalia o nelle grandi trattative internazionali - Palazzo Chigi ha sempre risposto presente, chiunque fosse al governo, dimostrando una continuità che altri Paesi europei non hanno certo garantito nel corso degli ultimi 15 anni. A Washington ne sono consapevoli e non intendono certo incrinare la relazione, davvero apprezzata, con Roma. Ma per riuscirci dovevano in una certa misura ripagare il Cavaliere per il danno d’immagine subito con la diffusione di cablogrammi che, in origine, dovevano rimanere riservati.
Sia chiaro: quei commenti Thorne li ha scritti davvero, com’è normale. In privato i diplomatici devono lasciarsi andare per fornire ai propri governi strumenti analitici. A torto o a ragione. Azzeccando le analisi o sbagliandole. È il lato «B» del loro mestiere, antitetico rispetto al lato «A», che richiede prudenza, sensibilità e una dose di indispensabile vacuità.
Ieri Obama ha chiuso l’incidente con Berlusconi e il Cav ne sarà giustamente soddisfatto. Ma non parliamo di svolta epocale. Torna tutto come prima. Italia e Stati Uniti continuano a essere amiche e alleate, ma con interessi non sempre coincidenti; soprattutto fino a quando a guidare il Paese sarà Berlusconi, il quale, contrariamente a Prodi, è meno sensibile alle pressioni di certe lobby d’Oltreoceano e non rinuncia a perseguire la sua diplomazia, questa sì personalissima. Una diplomazia fatta di relazioni personali con leader stranieri, spesso sorprendenti, talvolta audaci, ma raramente sprovvedute e tanto meno immotivate. In Russia, nel Maghreb, in Medio Oriente. Sempre nell’interesse dell’Italia. Perché alla fine solo questo conta. Non solo a Roma.