Will Smith: "A New York scampo ai morti viventi"

Il divo americano a Roma per il lancio del suo ultimo film, un horror da domani nelle sale

Roma - Solo e circondato dagli Infetti, mostri che uccidono a caso, dopo che un’epidemia (scatenata dai suoi consimili) ha fatto piazza pulita d’ogni cosa vivente, eccetto il suo cane Sam. È uno di noi, mentre cerca di salvarsi e quando s’interroga, in una New York desolatamente surreale («Se c’è qualcuno là fuori... Vi prego», supplica lui) sui perché di tutto quel male. Più fisico che mai nel ruolo, ad alta densità acrobatica, dello scienziato Neville, il mito di Hollywood Will Smith torna sul grande schermo con Io sono leggenda (da domani nelle sale) confermandosi re del botteghino: negli Usa, dove I am a Legend è uscito il 14 dicembre, la pellicola diretta da Francis Lawrence ha incassato 230 milioni di dollari. E visto che in questo mix di horror alla Romero (La notte dei morti viventi, l’immediato riferimento) e di fantascienza digitale (Io sono leggenda è tratto dall’omonimo romanzo anni Cinquanta di Richard Matheson), zeppo di effetti speciali e di gag per amanti del genere, la potente celebrità fa tutto in solitaria, già si parla di one-man-show. Alla splendida solitudine c’è abituato William Christopher Smith Jr., detto Will: in vetta dai tempi di Bad Boys 1 e 2, ha funzionato come patriota (Independence Day), zuzzurellone (Men in Black 1 e 2) e senzatetto con La ricerca della felicità, che l’anno scorso portò bene al nostro Gabriele Muccino. In nero totale, i brillantini ai lobi, la voce chiara e forte, Will Smith sembra un vincente, perché lo è.

Caro Will Smith, stavolta è l’unico uomo rimasto a New York, ma pare che il blocco di auto e pedoni, per girare tra la Quinta Strada e Madison, abbia imbufalito i newyorchesi...
«Mi mostravano tutti il classico medio alzato. Ma forse volevano dirmi che resto il numero uno. Comunque, abbiamo fatto sparire le macchine anche con effetti speciali, impensabili prima. Per ciò abbiamo cambiato il finale, rispetto al libro di Matheson».

Qui Neville, alla fine, ammazza il suo cane e muore: dov’è il messaggio di speranza, sempre presente nei suoi film?
«L’idea che qualcosa muoia, ma poi rinasca, mi affascina: è qui la speranza. Anche perché il mio spazio emotivo è pieno di energia positiva. Girando Sei gradi di separazione mi lasciai coinvolgere troppo dalla negatività del set e credo che il mio divorzio, all’epoca, ne fosse la conseguenza».

Qui impersona uno scienziato, che s’interroga sul Bene e sul Male. Per lei, che ha frequentato la Chiesa cattolica e ora si avvicina a Scientology, Scienza batte Fede o viceversa?
«Immagino una linea retta, con la Fede e la Scienza alle due estremità: quando si capisce che gli estremi formano un cerchio, incontrandosi, si comprende come si integrino a vicenda. Leggendo Il Tao della Fisica dell’evoluzionista Fitjof Capra, si comprende come Dio sia anche nei virus».

È vero che qui ha personalmente voluto le canzoni di Bob Marley?
«Sì. Una sera ho googlato in Internet la parola “leggenda” ed è venuto subito fuori The Legend, il primo album di Marley. L’ho scaricato, restando folgorato dall’attualità di questa musica, aderente ai temi del mio film».

Dopo La ricerca della felicità, è di nuovo sul set con Muccino: come vanno le riprese del vostro nuovo film?
«Adoro Gabriele e il nostro Seven Pounds procede. Ma non parlo né di questo, né di Hancock, dove sono alcolizzato e che produco io. Nel mio futuro c’è pure la produzione d’un nuovo Karate Kid, con mio figlio Jaden protagonista. È patito di arti marziali e sono un buon padre: realizzerò il suo sogno».