Willa

Rieccoci con l'incubo ricorrente del vostro agiografo di quartiere: un santo di cui non si sa assolutamente nulla. Il nome Willa (o Billa) lo si trova scritto su di una lapide nella chiesa di Nonnberg, cittadina posta nelle vicinanze di Salisburgo. L'asciutta Bibliotheca Sanctorum (Città Nuova Editrice) nel vol. XII alla voce corrispondente (redatta da Johannes Baur) dice che Willa (una monaca, a quanto pare) viene nominata in un martirologio risalente al 1466. Secondo una certa fonte, la si dice «Suora-del-bosco di Wolfgang», qualunque cosa ciò voglia dire. Visse, a quanto risulta, nel secolo XI ed è detta «vergine» e «reclusa», cosa che lascia pensare a una monaca di clausura. (Nonnberg farebbe pensare a un «monte delle monache»). Il monastero era ed è benedettino. Nel breviario delle suore il suo nome compare al 15 ottobre, e verso la fine del secolo XVIII l'arcivescovo di Salisburgo, Hieronymus Colloredo, intervenne ufficialmente per mutarle il titolo da «santa» e «beata» in «devota». Il suo sepolcro si trova all'interno del monastero e nel 1928 le monache ottennero dal vescovo il permesso di aprirlo per portarne devotamente in processione le reliquie. Non c'è altro da dire. Perciò, approfittiamo dello spazio rimasto per riprendere la vecchia abitudine di segnalare buoni libri: Le radici dell'utopia, Corrado Gnerre (Solfanelli); s. Anselmo d'Aosta, La caduta del diavolo, a cura di Elia Giacobbe e Giancarlo Marchetti (Bompiani); Italia über alles, Lapo Mazza Fontana (Boroli); L'iperitaliano, Gilberto Oneto e La guerra civile di Spagna, Luis de Llera Esteban (Il Cerchio).