Williams tra Carrey e Mr Bean in viaggio tra i suoi incubi

Ma guardate quant’è bella la libertà. D’accordo costa sacrificio, e probabilmente Robbie Williams ha pagato un bel conto agli spacciatori o agli analisti. Però ogni volta fa quel che vuole mettendoci dentro un pezzo di sé, con una sofferta onestà che come un puzzle lo rivela tassello dopo tassello. Tra tutti i suoi pari grado del pop, è il più imprevedibile e anche Trippin’, zac!, è una sorpresa. È la cronistoria di un incubo, che come ogni incubo ha le proporzioni sballate (il bambolotto con occhi e bocca umana, un Robbie fatto da tronco e gambe sovrapposti ma filmati in tempi diversi, eccetera). Lui, che ha le smorfie taglienti di Jim Carrey e la goffaggine di Mr. Bean, fa i conti con la sua paura, che è la nostra; che è infine lo smarrimento davanti a ciò che non si capisce. Così, mentre Robbie Williams si rotola nel letto, il mondo intorno (però è inutile quel bacio saffico) diventa metaforicamente come un quadro di Picasso e rasenta l’apparente nonsense. Ma quando in ascensore lui si ritrova alle prese con un gigante vestito da donna, ecco quella è la madre di tutti i suoi tabù: la sproporzione. Di forme. Di ruoli. Di sesso. E di successo. Che talvolta scorre sulle lenzuola di seta e cambia tutt’intorno le misure della vita.

ROBBIE WILLIAMS - Tripping (Emi)