Wim Wenders: anche a Palermo cerco il divino

«È una storia che racconta la vita e la morte, ma non parla di mafia»

da Palermo

Dimenticare Palermo? Ricordarla, invece, e amarla e presentarla come quel crogiolo di vita e di morte che è e che agli inizi del 2008 vedremo amorosamente accarezzata dalla macchina da presa di Wim Wenders. Ieri, infatti, il noto regista di Duesseldorf, cui si devono i più singolari film del recente panorama europeo (da Paris, Texas al culturale Il cielo sopra Berlino), ha annunciato le riprese italiane (dopo quelle a Duesseldorf) del suo Palermo Shooting, un «trhiller romantico», per dirla con lui, che non ama gli inquadramenti di genere. «Non mi piacciono le categorie, né so se tale dicitura sia giusta: un film, non si può incasellare», esordisce composto Wenders, sotto alle volte settecentesche dell'aristocratico Palazzo Comitini, sede della Provincia, coinvolta nella produzione, come pure il Comune di Palermo (per il tramite della Film Commission siciliana) insieme alla Wenders Images, la ZDF, Arte e Pictorion Das Werk, qui supportati dalla Commissione Cinematografica del Nordrhein-Westfalen. «Ogni film girato in Europa, è anche finanziato dal pubblico. Per rimanere indipendenti, la cosa migliore è avere contributi regionali, soldi che non vengono dalla politica. Mentre negli Stati Uniti puoi anche contare su cinquanta milioni di dollari, ma non riuscirai a filmare quel che hai in testa», puntualizza l'artista, deluso dalla propria esperienza americana, mentre la moglie Donata lo fotografa da ogni angolazione.
Vestito di polveroso grigio, dello stesso colore della sua chioma da ragazzo classe 1945, che s'ostina a soffocarla in una coda robusta da disciplinato post-frikkettone, Wim Wenders nel capoluogo siciliano ha trovato pane per i suoi denti d'intellettuale germanico. Piacciono, a quest'erede di Goethe, calzato da stivali western neri, l'aria scirocca della Magna Grecia, i suoi dolori, i suoi drammi vitali, i morti sepolti nel Convento dei Cappuccini, visitato ieri insieme al fotografo Franz Lustig. «La storia del mio film, molto complessa, riguarda la vita e la morte. Palermo è città con molte cicatrici, che però mostra con grande onestà. E sono attratto dall'onestà, mentre neanche più Berlino mostra più le proprie ferite», riflette l'autore del Nuovo Cinema Tedesco, che magari, col suo lavoro dal titolo sibillino («shooting» nel senso di girare un film, ma anche di uccidere) potrebbe fungere da pontiere tra Italia e Germania, dopo i fatti di sangue di Duisburg, quest'estate, in lieve urto politico. Ma la politica non è in cima ai pensieri dell'elegante autore di Tokyo-Ga e di Lisbon Story, città globalizzate a incorniciare le wendersiane utopie umanistiche. Ma la storia di Palermo shooting? Ce la svela Andreas Frege, vero nome di Campino, il cantante del gruppo rock-punk «Die Toten Hosen», che impersonerà il protagonista Finn, fotografo di successo e «tipo molto superficiale». «Io, il berlinese Finn, fotografo digitale che cerca d'imitare l'artista del clic Andreas Gursky, mi aggiro con la cuffia del walkman alle orecchie e il cellulare che squilla di continuo, in cerca dell'oblio. Ho lasciato Duesseldorf, fredda e statica, dopo una delusione amorosa. Fotografando chiese, m'imbatterò in Flavia, restauratrice che sembra capirmi profondamente. La giovane, impersonata da Giovanna Mezzogiorno, sarà per me "la donna del buon sorriso", ossia la meravigliosa Madonna col manto blu, dipinta da Antonello da Messina».
Circolerà, anche qui, come ne Il cielo sopra Berlino, l'aura angelica d'una grazia superiore, forse divina? «Certo che ci sarà Dio - spiega Wenders -. I miei personaggi dilacerati, dopo le rispettive crisi esistenziali, cercheranno una redenzione possibile. “Non è un film sulla mafia!”, è il primo appunto scritto sul mio blocco. I miei film sono per e non contro qualcosa: The Palermo shooting testimonierà l'amore per questa città, dove c'è il buio, c'è anche la luce. Ed è compito del regista esporsi alla Luce». Parola di Wim.