Wim Wenders, ironia e fischi «Ispirato anche da Goethe»

nostro inviato a Cannes

Sogni, fantasmi e apparizioni non hanno fortuna qui al Festival di Cannes, e così come era stato fischiato sere fa La frontiera dell'alba di Filippe Garrel, ieri è stata la volta di Palermo Shooting (Appuntamento a Palermo) di Wim Wenders. La cosa ha un sapore particolare perché se il primo è una sorta di icona di un cinema intellettuale tenuto in grande considerazione in Francia, il secondo lo è del Festival stesso: otto volte presente, in competizione o fuori concorso, pluripremiato, già presidente della Giuria. In entrambi i casi è lo scarto fra le intenzioni, come dire, filosofiche, e la loro realizzazione cinematografica ad aver scatenato la reazione e se l'interrogarsi sull'amour fou, l'amor passione, di Garrel più che il tragico sfiorava il ridicolo, qui è l'interrogarsi sulla morte, ovvero sul senso della vita, ad accumulare noia e, purtroppo, banalità.
Wenders mette in scena un fotografo famoso e di gran successo che dopo la morte della madre si ritrova con le sue notti popolate di incubi, si rende conto della sua solitudine e della sua stanchezza di vivere. L'ennesimo viaggio di lavoro lo porta da Duesseldorf a Palermo e qui, in questa città dove la celebrazione del giorno dei morti ha la stessa solennità di quella del Natale, si ritrova ad essere preso di mira da un misterioso killer che non cessa di braccarlo con le sue frecce color dell'argento. Contemporaneamente, l'incontro con una bella restauratrice d'arte intenta nel restauro di un affresco che non a caso ha per titolo «Il trionfo della morte», fa scattare inconsciamente un nuovo interesse alla vita. La presenza del misterioso assassino, che poi altri non è che la morte stessa si fa però sempre più minacciosa...
Finn, il protagonista del film è un cantante rock molto noto in Germania, Campino, la ragazza è la nostra Giovanna Mezzogiorno, La Morte è Dennis Hopper, il cranio rasato per l'occasione, e addosso una sorta di saio o di mantello che lo fa assomigliare a un templare o a un massone. C'è anche spazio per un'apparizione dell'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che parla in tedesco con accento siciliano e della fotografa Letizia Battaglia, nonché di molta Sicilia più o meno folkloristica.
«La scelta di questa città - ha spiegato il regista - è fondamentale all'interno del film, e del resto in tutte le mie opere i luoghi geografici hanno sempre avuto grande importanza. Sono come dei personaggi a parte intera. Palermo è qui una sorta di catalizzatore, da un lato grottesca e bruciante, dall'altro imponente eppure delicata, profondamente ferita eppure sempre pronta a rialzarsi. Ci sono andato portandomi dietro il Viaggio in Italia di Goethe, e ho scoperto che in due secoli non era cambiato niente».
Hopper, lo abbiamo detto, incarna La Morte. «Non ne ho fatto una figura lugubre, ma un uomo schiacciato dalle sue responsabilità, uno che cerca disperatamente di fare bene il suo lavoro». Nel film in questione, tuttavia, alla fine non porta a compimento la sua opera e questo, sia detto senza offesa, per lo spettatore è un peccato.