WIMBLEDON RIPROPONE IL GUSTO DEI DUALISMI

Lea Pericoli

Domenica all’imbrunire si sono chiusi i cancelli di Wimbledon intitolati ai fratelli Doherty, due campioni inglesi che dal 1897 al 1906 si impadronirono del tempio del Tennis. Per quattro anni Reggie Doherty vinse il singolare. Quando nel 1901 perse da Gore gli subentrò il fratelo Laurie che dominò fino al 1906. Reggie e Laurie giocarono 10 finali di doppio vincendone 8. Mi sono chiesta se quella dei Doherty che disputarono la finale del 1998 potesse chiamarsi rivalità, parola chiave in questo momento tennistico legato all’antagonismo tra Roger Federer e Rafael Nadal. Due campioni capaci di regalare attesa, suspense, emozioni, bel tennis, magnifiche battaglie. Ho cercato di ricordare se nella storia fossero esistite rivalità simili. Se mai fosse stato così affascinante l’accostamento di due protagonisti. La mente mi si è subito affollata di candidi fantasmi con la racchetta in mano.
Evitando di sprofondare troppo nel passato, voglio riproporre al lettore le sfide tra Borg e McEnroe. Due personaggi agli antipodi. Il primo era un uomo di ghiaccio. Il secondo, arrogante e sfrontato. Un giorno gridò all’arbitro: «Sei la vergogna del generere umano». Per quell’insulto e per le bizze di Nastase nacque il codice di comportamento. Ai giudici venne assegnato un foglietto con parolacce in tutte le lingue. Vennero fissate multe fino a 10.000 dollari (allora erano tanti) e squalifica a seguire. In un match, Nastase impazzito di rabbia, chiese all’arbitro a quanto ammontasse il suo debito. Poi sentenziò: «Aggiungi pure altri 500 dollari. Ti mando al diavolo».
Erano tempi allegri. Oltre alle partite c’era tanto da raccontare. Credo che la rivalità tra Borg e McEnroe meglio di ogni altra si accosti ai nostri due eroi. Il primo era un regolarista imbattibile sul rosso, il secondo sapeva interpretare il gioco d’assalto. SuperMac si spingeva in avanti per deliziarci con la volée.
Ci fu grande rivalità tra i Moschettieri francesi: Lacoste, Cochet, Borotra, Brugnon. Ci fu rivalità tra il Barone Von Cramm sconfitto in tre finali da Perry e Don Budge. Lui avrebbe potuto vincere Wimbledon se non fosse stato imprigionato dal Führer per omosessualità. Ci fu rivalità tra Drobny (giocatore da terra) e tre erbivori di razza: Schroder, Sedgman, Rosewall. Alla terza finale, nel 1954, Drobny finalmente vinse il titolo. Tornando ai tempi recenti, mi piace ricordare il sacrifricio di Ivan Lendl che da numero 1, dopo aver conquistato tutto, rinunciò a una stagione sul rosso pur di vincere Wimbledon. Lui l’erba non l’amava. Il tempio del tennis non gli rese omaggio. Lendl perse due finali: nel 1986 con Becker e nel 1987 con Cash. Il grande Ivan non riuscì mai ad imparare la volée.
Rivalità è una parola che appartiene al tennis. La conoscono bene Chris Evert e Martina Navratilova, che scrissero magnifici capitoli. Quando smise Sampras ci domandammo se sarebbe mai più esistita rivalità. Chi dopo di lui avrebbe riacceso il cuore degli appassionati? Ma il dio del tennis è generoso. Ha mandato su questo mondo Federer e Nadal.