«Wojtyla compagno di viaggio per ognuno di noi»

Mentre restano alte le invocazioni della gente «Santo subito», il Papa rievoca «la malattia affrontata con coraggio che ha reso tutti più attenti al dolore»

nostro inviato a Roma
L’eredità di Papa Wojtyla è «immensa», ha lasciato «un segno profondo» nella storia. Attraverso la sua malattia «affrontata con coraggio» ha reso «tutti più attenti al dolore umano» e «ha dato alla sofferenza dignità e valore». Così Benedetto XVI ha ricordato il suo predecessore, descrivendo con parole commosse il suo ultimo calvario. Ieri sera, una grande folla di quasi centomila fedeli ha invaso e «riscaldato» piazza San Pietro per ricordare il primo anniversario della morte di Giovanni Paolo II, proprio nell’ora in cui questa è avvenuta. Un mare di fiaccole, lumini e bandiere con i colori polacchi e le insegne di Solidarnosc, hanno fatto rivivere l’emozione di quei giorni. Era il 2 aprile 2005, e proprio come ora, migliaia di persone pregavano incessantemente per accompagnare il vecchio Papa nell’ultimo viaggio. La veglia organizzata dalla diocesi di Roma, scandita da brani dei discorsi e delle opere di Wojtyla, dai canti del coro diretto da don Marco Frisina, ha già il sapore di un atto di culto per il futuro beato, che uno striscione in polacco invoca «Jan Pawel II wielki», «Giovanni Paolo II santo subito», come un anno fa accadde nel giorno dei funerali. Migliaia di persone, guidate dal cardinale Stanislao Dziwisz hanno seguito l’evento da Cracovia, grazie a un videocollegamento.
Dopo la prima mezz’ora di canti e citazioni di brani wojtyliani, la veglia – alla quale hanno assistito i cardinali Camillo Ruini e altri porporati e vescovi – si è trasformata in preghiera, con la recita del rosario. Pochi istanti prima delle 21, Benedetto XVI si è affacciato, avvolto nel mantello rosso, con la coroncina tra le mani, e rimanendo inginocchiato ha pregato con i fedeli i cinque misteri gloriosi dalla finestra del suo studio. Da quella stessa finestra il 30 marzo 2005 Giovanni Paolo II si affacciò tremante, sofferente e muto per l’ultima volta. Da quella finestra il suo successore ha voluto ricordare che quel pontificato «ha lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa e dell’umanità». Lo ha fatto due volte nella giornata. La prima all’Angelus del mezzogiorno: «Giovanni Paolo II – ha detto – è morto così come aveva sempre vissuto, animato dall’indomito coraggio della fede, abbandonandosi in Dio e affidandosi a Maria». «Che cosa ci ha lasciato questo grande Papa?», si è chiesto il suo successore. «La sua eredità è immensa – è stata la risposta – ma il messaggio del suo lunghissimo pontificato si può ben riassumere nelle parole con le quali egli lo volle inaugurare, qui in Piazza San Pietro, il 22 ottobre 1978: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Questo indimenticabile appello, Giovanni Paolo II l’ha incarnato con tutta la sua persona e tutta la sua missione di successore di Pietro, specialmente con il suo straordinario programma di viaggi apostolici... Ha annunciato sempre Cristo, proponendolo a tutti quale risposta alle attese dell’uomo».
Poi Benedetto XVI ha citato nuovamente il periodo della malattia di Wojtyla: «Negli ultimi anni, il Signore lo ha gradualmente spogliato di tutto, per assimilarlo pienamente a sé. E quando ormai non poteva più viaggiare, e poi nemmeno camminare, e infine neppure parlare, il suo gesto, il suo annuncio si è ridotto all’essenziale: al dono di se stesso fino all’ultimo».
La sera, al termine della veglia, proprio alle 21.37, l’ora della morte, Benedetto XVI è tornato a parlare del predecessore. Ha detto che per riassumere «la vita e la testimonianza di questo grande Pontefice» potremmo tentare di farlo utilizzando due parole: «fedeltà e dedizione». «Fedeltà totale a Dio e dedizione senza riserve alla propria missione di pastore della Chiesa. Fedeltà e dedizione apparse ancor più convincenti – ha detto ancora Papa Ratzinger – e commoventi negli ultimi mesi». «La sua malattia affrontata con coraggio ha reso tutti più attenti al dolore umano, ad ogni dolore fisico e spirituale; ha dato alla sofferenza dignità e valore, testimoniando che l’uomo non vale per la sua efficienza, per il suo apparire, ma per se stesso, perché creato e amato da Dio».
«Con le parole e i gesti il caro Giovanni Paolo II – ha concluso il Papa – non si è stancato di indicare al mondo che se l’uomo si lascia abbracciare da Cristo, non mortifica la ricchezza della sua umanità. Al contrario, l’incontro con Cristo rende la nostra vita più appassionante». Grazie a questa vicinanza a Dio «ha potuto farsi compagno di viaggio di ognuno di noi e parlare con autorevolezza anche a quanti sono lontani dalla fede cristiana».