«Wolf Creek», serial killer in Australia

Tre giovani bloccati da un guasto in mezzo al deserto all’origine della storia narrata dal regista McLean

Ferruccio Gattuso

Australia, terra di canguri, colorate barriere coralline, spazi immensi, surfisti e mare da sogno? Chi dice di no. Ma da oggi, ci tiene a precisare il thriller Wolf Creek in arrivo nelle sale milanesi, l'Australia è anche terra di assassini seriali. O, come si dice da un po' di tempo a questa parte (essendo l'argomento un tormentone cinematografico e mediatico), di serial-killer.
Il regista esordiente nel lungometraggio Greg McLean affida le proprie speranze di poter continuare la professione - e chissà: magari l'approdo ad Hollywood - a un thriller per cuori forti dove la suspense quasi soffocante si accompagna, in un finale «senza veli» a una violenza capace di bloccare la digestione. I teenager diranno: wow, mamma e papà alzeranno il sopracciglio, e la legge del marketing sarà rispettata appieno.
Presentato all'ultimo Festival di Cannes, Wolf Creek si è fatto notare, e non solo per il sadismo: indubbiamente, l'idea che anche ai nostri antipodi ci siano pazzoidi dal killeraggio facile intriga il pubblico, e la storia - che si ispira alle «gesta» dell'omicida degli autostoppisti Ivan Milat - si trasforma efficacemente in un compendio del genere sanguinolento.
Il luogo degli orrori è il parco nazionale che dà il titolo al film, dove tre giovani svedesi - due ragazze e un ragazzo (Cassandra Magrath, Kestie Morassi e Nathan Philips, per ora degli illustri carneadi) - si fermano causa guasto al motore durante un road trip nella terra dei canguri: la scalogna vorrà che a offrire il proprio aiuto sia un pazzo furioso (John Jarratt).
Greg McLean si muove al risparmio, maneggia una telecamera digitale dell'ultima generazione e vede di mantenere le promesse evocate ai tempi del cortometraggio «Icq», con il quale vinse il premio di miglior regista all'International and Independent Film and Video Festival di New York nel 2001. Sebbene giocasse in trasferta, Wolf Creek ha divertito il pubblico americano ed è stato accolto con attenzione dalla critica a stelle e strisce: «È ovviamente in debito con Texas Chainsaw Massacre (horror storico del 1974 diretto da Tobe Hooper, reso remake due anni fa da Marcus Nipel, ndr) - scrive Reeling Reviews - ciò nonostante si tratta di un coraggioso filmetto che dovrebbe dare qualche bruciore di stomaco all'industria del turismo australiana».
Non ci gira troppo intorno il Boxoffice Magazine: «Wolf Creek - scrive - si rivela una visione interessante, benché difficile... Ciò che rende il debutto cinematografico di McLean una sfida è il crudo realismo della violenza». Esulta addirittura Film Threat, secondo cui «McLean ha confezionato un abile thriller che sa invadere la mente e che si trasformerà in culto per i fan dell'horror».
Pieni voti anche dallo Slant Magazine che afferma: «In quest'era di film sfornati senz'anima da Hollywood, Wolf Creek si distingue dal mucchio». Intinge la penna nella polemica Moviehole: «Il film di McLean - scrive - dovrebbe far inchinare la testa dalla vergogna a Wes Craven (il re del thriller americano, padre di Scream, ndr). Wolf Creek è uno dei più divertenti e ben scritti thriller degli ultimi anni». «Cinema di paura portato fino alle estreme conseguenze - sentenzia Variety -, ma non c'è dubbio che ciò che si propone di fare, lo fa bene». Ora, non resta che tremare in sala.