Da Wolfe a Marcus Ci vuole fegato per scrivere di rock

Non ha letto Sulla strada di Kerouac e non ha mai visto Easy Rider «perché entrambi mi sembravano stupidi ogni volta che qualcuno mi diceva cosa mi stavo perdendo». Dice che nel rock le canzoni «on the road» sono fantasie, per giunta di scarso valore, perchè il senso di libertà in esso contenute non esiste. «Si può andare ovunque solo se si proviene da nessun dove, e nessuno proviene dal nulla». Non è l’ultimo dei reazionari ma Greil Marcus, che pubblica in questi giorni Bob Dylan. Scritti 1960-2010 (Odoya), che sarà presentato a Mantova la prossima settimana, ed è un simbolo di quel giornalismo musicale che ha trasformato la critica rock in un vero movimento culturale. Un movimento nato dal new journalism degli anni ’60 e basato su una scrittura intellettual-freak, edonista, sopra le righe (spesso sotto gli effetti della droga), estrema che si chiamò giornalismo «Gonzo» dal soprannome di Hunter S. Thompson, articolista di Rolling Stone che scrisse Paura e disgusto a Las Vegas, versione psichedelica di Sulla strada. Il sogno di tutti gli intellettuali alternativi degli anni ’40 e ’50 era il romanzo. Più esattamente era un ossessione, come sostiene Tom Wolfe: «Il romanzo non era soltanto una forma letteraria, era un fenomeno psicologico». Poi si invertì la tendenza e scrittori come Truman Capote, Norman Mailer, Terry Southern, Gay Talese presero a mescolare tecniche letterarie e pezzi di cronaca giornalistica su giornali cone Herald Tribune e Esquire e secondo Wolfe «questa scoperta, all’inizio umile, in realtà rispettosa, era il fatto che si potesse scrivere per un giornale come se si stesse scrivendo un romanzo».
Wolfe fu tra i primi ad occuparsi di musica, parlando del produttore Phil Spector («lavorò coi Beatles, coi Rolling Stones e inventò il mitico «muro del suono») e raccontando gli «Acid Test» dei Grateful Dead e dei pittoreschi Merry Pranksters sull’Herald Tribune. Fu anche un pioniere dell’interscambio tra generi letterari ospitando nella sua antologia The New Journalism Robert Christgau di Rolling Stone non come critico rock ma come autore di un macabro racconto su una ragazza che si lasciava morire di fame.
La critica letteraria rock - dura e trasgressiva anche in Gran Bretagna attraverso lo stile letterario punk di Jon Savage - è complessa da descrivere come la musica da cui nasce. Qualcuno, come il geniaccio del male Lester Bangs, ci ha persino lasciato le penne. Certo, è stato l’acool, la droga, ma anche «lo scrivere usando il sangue, il cuore, i nervi, le ghiandole, i liquidi corporei, la tua stessa puzza, insomma tutto il corpo, e la tua vita», disse George Meltzer. Il segreto di questi scrittori stava nel trasformare l’entusiasmo dell’adolescenza in un nuovo stile di vita al tempo stesso - incredibile dictu - colto e trash. Nel caso di Bangs - ispirato dalla Beat Generation e da Bukowski - si esprimeva anche con l’insulto pesante alla ricerca di un r’n’r democratico, comunitario e non pretenzioso che lo fece espellere persino da Rolling Stone. Tipiche le sue interviste-scontro con l’amico-nemico per la pelle Lou Reed, come quella che inizia con: «Lou non pensi che Judy Garland fosse una stronza ed è meglio per tutti che sia morta?».
Questo stile segna la fine del giornalismo storico-musicale alla Wilfrid Mellers, professore emerito di musica all’università di York, redattore di Scrutiny e autore di libri importanti sulla musica popolare americana. Ha scritto libri fondamentali come Musica nel Nuovo Mondo dove - ispirandosi a Studies in Classic American Literature di D.H.Lawrence - fa un parallelo tra le zone di nascita e il linguaggio di Hawthorne, Thoreau, Melville, Whitman e quello di artisti che vanno da Charles Ives a Charlie Parker, da Robert Johnson a John Cage. «È vergognoso che gli americani non abbiano seguito il suo esempio», tuona Marcus nel nuovo libro. Ma subito dopo stronca il suo A Darker Shade of Pale, dedicato a Dylan, perché è una somma di fatti musicali freddi che, anzichè essere stati arricchiti di significato sociale, ne sono stati spogliati. Contro la scrittura dotta e professorale di Mellers e soci si schierano quindi gli «accademici» come Marcus, Christgau e Jon Landau, dallo stile spesso pretenzioso e illeggibile; gli «storici» come Greg Shaw e Lenny Kaye; i ragazzi terribili (i cosiddetti «Noise Boys») Bangs, Richard Meltzer, Nick Tosches. Sarà felice da lassù Frank Zappa, sostenitore di questo stile con la sparata: «I critici musicali sono persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere».