"Wolverine fugge dal passato per diventare un super-eroe"

L’attore e produttore di &quot;X-Men Le origin&quot;: &quot;Il mio personaggio è un cavaliere solitario, mi sono ispirato all’Ispettore Callaghan&quot;<br />

Roma - Interpretare un supereroe come una sorta di autoanalisi. È ciò che ha fatto - più o meno - Hugh Jackman, l’attore australiano che dal suo metro e 92 guarda il mondo da una prospettiva diversa. Ma non solo per l’altezza. People l’ha incoronato il più sexy del 2008 e lui a quarant’anni suonati, sposato da dodici e con due figli adottivi di 3 e 9 (li chiama «figli dell’universo» per via della loro mescolanza), è l’attore più ricercato del momento dopo essere stato il macho accanto a Nicole Kidman nello sfortunato Australia. Così, anche come produttore, ha preso in mano il personaggio di Wolverine (un uomo mutante in lupo con la sua tipica, e un po’ ridicola, barbetta senza baffi insieme a una chioma canina) che gli ha procurato la fama all’inizio del millennio nel primo X-Men, trasposizione cinematografica del celebre fumetto Marvel, a cui è seguito X-Men2 e X-Men: conflitto finale, e ne ha tratto un film a parte incentrato solo su di lui (in gergo spin-off), che è anche un prequel, ossia racconta la storia del supereroe dall’inizio, fin da quando ha acquisito i superpoteri. Ecco allora X-Men Le origini - Wolverine, diretto da Gavin Hood (nel 2006 con Il suo nome è Tsotsi premio Oscar come miglior film straniero), in uscita il 29 aprile da noi e negli stessi giorni negli Stati Uniti, in cui vediamo Wolverine bambino scoprire gli artigli e i poteri che emergono dalla carne come delle punte affilate, trasformandolo in qualcosa di super-umano. E in cui, tanto per cominciare, uccide il padre (vero) pensando che sia l’assassino del padre (finto). Cosicché un destino d’inquietudine non gli potrà mai essere risparmiato. Hugh Jackman dice di aver messo nel personaggio molto della sua stessa personalità: «Fino ai 18 anni ero molto aggressivo ma poi ho scoperto la meditazione che mi aiuta a ricordare quali sono le cose che contano veramente nella vita».

E a «X-Men» come ci si arriva?

«Wolverine è un po’ così, è un personaggio che quasi disprezza se stesso e con cui è in conflitto, fa una sorta di autoanalisi e, nonostante la sua natura animalesca, vuole stabilire dei legami con gli altri. Con questo film possiamo osservare il suo viaggio e la sua battaglia interiore attraverso gli eventi che hanno segnato il suo passato».

Ha detto di essersi ispirato al Clint Eastwood dell’Ispettore Callaghan, a Ian Solo, a «Mad Max»...

«Quando ho cominciato a simulare questo ruolo c’erano un po’ tutti loro dentro».

Wolverine è l’archetipo del personaggio del cavaliere solitario che non ha bisogno di nessuno, è buono ma non sempre simpatico, ha sicuramente dei lati difficili ed è spigoloso. Un personaggio che evolve?
«Sì, e questa è stata la sfida più impegnativa per me, abbiamo unito i puntini e colmato tutte le lacune del passato. Il mondo da cui Wolverine sta cercando di scappare non vuole abbandonarlo e, proprio come succede nella vita, se un problema non è risolto o se non si è imparato a convivere con esso, continuerà a ripresentarsi. Ed è chiaro fin dall’inizio che è scappato da cose che prima o poi dovrà affrontare, tra cui Victor, suo fratello».

L’attesa era tanta che pochi giorni fa su internet il film era già visibile... Peraltro non ha avuto critiche positive...
«Quando è venuta fuori la notizia siamo rimasti molto amareggiati. Soprattutto perché abbiamo lavorato tantissimo e duramente. Ma c’è da dire che la versione piratata era vecchia. Il montaggio finale è diverso».

Alla recente serata degli Oscar ha sorpreso come presentatore cantante e ballerino...

«Nella mia personale classifica al primo posto c’è il mestiere di attore. Ma subito dopo viene il canto e la danza che ho praticato solo a teatro. Tanto che mi piacerebbe produrre e interpretare un musical».

Ma è vero che anche lei, come tanti suoi colleghi, vorrebbe lavorare con Gabriele Muccino?
«Sì e proprio in questi giorni gli ho mandato una sceneggiatura. Ho conosciuto Gabriele quando aveva appena finito di girare La ricerca della felicità con Will Smith e gli ho proposto la regia del pilot di una serie che stavo producendo, Viva Laughlin. Era cominciata bene ma siamo spettacolarmente crollati dopo due puntate e la serie è stata cancellata. D’altronde, come dice mia moglie, se devi fallire, fallo alla grande e noi ci siamo riusciti».