Woody Allen amaro: "La vita? Un dramma con poche risate"

Il regista è fuori concorso con "Cassandra's Dream", un "delitto e castigo" alla maniera di Hitchcock con Colin Farrell e Ewan McGregor: "Sono un adepto del senso di colpa, ho lottato contro di esso tutta la vita. In questo film, però, non è legato a un sentimento o a una
nevrosi, ma ha a che fare con un assassinio, con l'eliminazione
gratuita di un essere umano, e quindi era necessario trattarlo con la
serietà"

Venezia - «La vita è una tragedia con intermezzi comici. La fine è nota e ci si arriva attraverso un percorso confuso, pieno anche di sorprese che però non ne modificano l'epilogo. È un'idea che mi porto dietro da sempre e da sempre avrei voluto avere quel senso del tragico proprio del teatro greco, o di quello elisabettiano, dei grandi romanzieri russi... Però, e qui torniamo al discorso iniziale, sono stato fin dall'inizio consapevole che il mio punto di forza poggiava più sul comico, sul lato buffo di quella confusione, di quella insensatezza e quindi... Adesso, invecchiando, mi riesce forse più facile far prevalere una visione pessimista del destino umano».

Settantenne, sempre più minuto, Woody Allen arriva a Venezia con il film fuori concorso Cassandra's Dream, accolto con il solito entusiasmo e il solito calore che il pubblico e la critica europei gli riservano. Come per Match Point, presentato qui due anni fa, ha girato un film alla Hitchcock per ambientazione e drammatica leggerezza, e se lì c'era la convinzione che il «male» pagasse, qui si ritorna invece al più classico «delitto e castigo».

«Io sono sempre stato un adepto del senso di colpa, ho lottato contro di esso per tutta la mia vita e il mio modo per esorcizzarlo è stato quello di esasperarlo, e quindi metterlo in ridicolo... In questo film, però, esso non è legato a un sentimento o a una nevrosi, ma ha a che fare con un assassinio, con l'eliminazione gratuita di un essere umano, e quindi era necessario trattarlo con la serietà che un tale tema comporta. L'omicidio, come il suicidio del resto, sono stampelle ottime per far camminare un dramma».

Storia di due fratelli (Colin Farrell e Ewan McGregor sullo schermo), il primo giocatore incallito e indebitato, l'altro giovanotto ambizioso che sogna sempre di svoltare nella vita, trasformatisi in killer per un malinteso quanto interessato senso della famiglia, Cassandra's Dream ha un avvio da commedia sentimental-familiare.

«Volendo ci si potrebbero tirar fuori degli elementi biblici, certo... Caino e Abele, l'albero della tentazione sotto il quale viene colto il frutto del peccato, ma in realtà non c'è nulla di deliberato... Non bisognerebbe soffermarsi nemmeno sul titolo, il riferimento al nome della tragica profetessa... Quello che veramente mi interessava era mettere in scena la storia di due giovani simpatici, ma deboli, ambiziosi, ma non all'altezza delle loro ambizioni, che finiscono intrappolati in una situazione tragica. Se la fanno letteralmente cadere addosso, ma allo stesso tempo la loro vita e le loro azioni conducono irrimediabilmente a quella fine».

Per la prima volta, al centro degli interessi dell'Allen regista non ci sono le relazioni fra i due sessi, l'amore con tutte le sue implicazioni e complicazioni, ma il rapporto fra due fratelli, protezione e complicità sindrome imitativa e differenze di carattere.

«Sì, è vero, è un tema che non avevo mai affrontato, ma che mi ha sempre incuriosito, l'esplorazione di quel continente sconosciuto che è l'affetto fra consanguinei... In più, c'è nel film una sorta di deus ex machina, rappresentato da Howard, lo zio ricco e generoso che per i nipoti è un modello e una speranza. A New York mi è capitato di conoscere una famiglia del genere, e ho provato a esasperare questa situazione».

Girato in sei settimane a Londra («ci si vive bene, le condizioni di lavoro sono ideali, in estate il clima e la luce sono meglio che a New York») Cassandra's Dream non si discosta, a detta del suo autore, dallo stile di sempre. «Non ci vedo niente di radicalmente diverso. Faccio un film all'anno. Se l'idea di partenza è tragica, come in questo caso, procedo di conseguenza, se è una piccola commedia un po' sciocca, la tratto in quanto tale. Tutto qui».

Epigoni, eredi, discepoli? «Non per falsa modestia, ma non ne vedo. Mi spiego meglio: se vado al cinema posso dire, sì, qui c'è un'influenza di Scorsese, qui si sente quella di Coppola... Io sono stato molto influenzato da Groucho Marx, per esempio, e in maniera diversa, perché era meno profondo, pur essendo un grande attore, da Bob Hope... Ma, credetemi, sono certo di non aver mai influenzato nessuno».