«Woody Allen cafè» omaggio a suon di jazz

Come sottofondo la musica dal vivo del «Manhattan Quartet»

Matteo Failla

Immaginate la seducente atmosfera di un bar di New York, nel quale un quartetto composto da pianoforte, batteria, contrabbasso e clarinetto suona dal vivo swing e jazz, e all’interno del quale va in scena una rielaborazione ispirata alle opere cinematografiche e letterarie di uno dei più grandi talenti dei nostri tempi. Questo posto esiste, si chiama Woody Allen Cafè e si trova sul palco del Teatro Filodrammatici, dove resterà fino al prossimo 28 maggio. A crearlo il direttore del Teatro, Emilio Russo, che ha scritto la drammaturgia di Woody Allen Cafè, uno spettacolo a metà tra omaggio e biografia che si avvale della regia di Marco Balbi.
Cos’è «Woody Allen Cafè»?
«È una ripresa che arriva a teatro dopo il successo ottenuto la scorsa stagione nella cornice del Cortile dell’Osservatorio dell’Accademia delle Belle Arti di Brera – spiega Emilio Russo -. È un percorso dentro il cinema di Woody Allen e della sua letteratura, è un mix tra musica e teatro, perché non si può parlare di lui senza far riferimento al jazz. Per questo oltre a quattro attori abbiamo deciso di avere sul palco anche il “Manhattan Quartet”. È stato un lavoro drammaturgico “figlio” di una navigazione tra il cinema e le pagine di Allen, senza dimenticare il suo ruolo di battutista».
E i temi affrontati sono quelli cari a Woody Allen.
«Certo, ci sono i temi della coppia, dell’amore, della società e delle sue problematiche, ma anche della religione, della psicanalisi e del sesso. Non solo, abbiamo anche lavorato sul teatro di Woody Allen, non esclusivamente sul suo lato cinematografico».
E la scenografia è affidata agli allievi del corso di scenografia dell’Accademia, coordinati dal professor Comotti.
«Da diversi anni abbiamo questo rapporto con l’Accademia delle Belle Arti di Brera, ogni stagione indiciamo un concorso assieme a loro su scenografia e costumi. Per questo spettacolo abbiamo pensato a un’ambientazione che riprendesse un cafè newyorchese, e nel foyer del teatro abbiamo anche allestito una mostra di quadri dipinti dagli allievi e ispirati alla figura di Woody Allen».
Ruolo di rilievo è poi affidato alla musica.
«È vero, abbiamo dato giusto risalto a una parte importante della vita di Allen. Vittorio Castelli, il capo del quartetto, mi ha fatto anche notare un particolare interessante: nei film di Woody non c’è mai una musica creata apposta per i film, c’è sempre musica che proviene dai dischi; lui ha quasi una cultura della “cosa vecchia” da questo punto di vista».
Ma perché Woody Allen è così apprezzato in Europa e meno negli Usa?
«È un argomento del quale ci occupiamo anche noi nello spettacolo. Negli ultimi quindici anni credo che Allen si sia rivolto soprattutto a una cinematografia che parla al cuore, mentre spesso in America c’è l’esigenza di un cinema molto più spettacolare. Il suo ultimo film (Match Point) ne è la dimostrazione: è una pellicola assolutamente europea, minimalista, che parla di sentimenti».