Woody Allen un maestro agli Arcimboldi

Il regista stasera si esibisce al clarinetto con la sua band: una passione per il jazz

Antonio Lodetti

Allen è un cognome importante nell’evoluzione del pionieristico jazz di New Orleans. Il trombettista Henry James Allen, meglio conosciuto come Henry «Red» Allen, fu un eroe di quella strana musica sincopata che imperversava nelle «strade del vizio» del quartiere a luci rosse di Storyville. Era «hot», o «dirty» jazz nato da un rozzo miscuglio tra blues, musica bandistica, ragtime e spiritual.
Suoni anarchici, a volte approssimativi e spesso lontani dalle regole armonico-melodiche; gli stessi suoni che, un po’ in omaggio alla tradizione, un po’ per evidenti limiti tecnici, porta in giro per il mondo l’Allen più celebre del mondo: il piccolo grande Woody che ha trasformato in un secondo lavoro la sua passione per il jazz scoppiettante e caciarone delle origini.
Allen, a Milano per presentare il suo nuovo film Match Point (in uscita il 13 gennaio) non perde l’occasione per un concerto con la sua band e stasera si esibisce agli Arcimboldi. Non è una novità; Woody ha suonato parecchie volte in Italia (ad esempio ha suonato al Teatro Goldoni di Venezia, allo Smeraldo qui a Milano, tre anni fa si è esibito al Campidoglio) per la gioia dei curiosi e (spesso) per il malumore dei puristi.
Qualcuno sostiene che Allen suoni il jazz di New Orleans per tenerne vive le radici storiche, altri per coprire il suo mediocre stile al clarinetto. «Per entrambi i motivi - taglia corto Woody - quando nacque il jazz c’erano musicisti dotati di tecnica straordinaria, che spesso non era importante; quello che contava era lo spirito, il suono bruciante e sensuale che rifletteva l’anima della cultura afroamericana».
Lui è un fanatico dei suoni hot degli anni Venti e soprattutto Trenta, dalle prime big band allo swing. Il resto non è «cosa sua», ma in questo campo è un vero esperto e appassionato. «Il mio sogno sarebbe stato quello di entrare nel complesso di Bunk Johnson, il più grande di tutti. I miei modelli stilistici sono musicisti inarrivabili: Sidney Bechet e Johnny Dodds, George Lewis e Jimmie Noone, senza dimenticare la favolosa tromba di Louis Armstrong».
Lui, con la sua orchestra, a New York fa del suo meglio da anni (ha iniziato a suonare il clarinetto a 16 anni, oggi ne ha settanta) insieme al fedele banjoista Eddy Davis; una volta alla settimana, regolarmente, prima al glorioso Michael’s Pub (ormai defunto), oggi all’Hotel Carlyle per svago, passione e sapendo che il suo pubblico è composto essenzialmente da appassionati di cinema pronti a perdonargli qualsiasi stecca.
«La gente che viene ai miei concerti di solito non segue il jazz, così il mio obiettivo, o meglio la mia missione, è quella di far conoscere a più gente possibile il jazz di New Orleans». Accanto a Woody e a Davis agli Arcimboldi ci saranno Simon Wettenhall alla tromba, Cynthia Sawyer al pianoforte, Conal Fowkes al contrabbasso, Robert Garcia alla batteria. In programma i classici dell’epoca (da Allen raccolti in album) come Bunk Project e soprattutto Wild Man Blues, poi trasformato in un brioso documentario sui «misfatti» jazzistici di Allen dalla regista Barbara Kopple.
E allora via al concerto, in bilico tra allegria e malinconia, tra ironia e rigore filologico nel mettere in fila brani come Dippermouth Blues di King Oliver, Lonesome Blues della pianista (e moglie di Louis Armstrong) Lil Hardin, e via via Basin’ Street Blues, Limehouse Blues in un percorso a ritroso che riporta alle anguste strade e ai torbidi locali della Storyville neworleansiana (il distretto a luci rosse chiuso negli anni ’20), alle atmosfere di un mondo scomparso da decenni ma che, nelle parole di Woody «ha insegnato la strada da percorrere a tutti noi».