Wrestling, il mercato dei piccoli gladiatori

Pensare di proibire ai bambini i giochi che simulano la lotta, la battaglia, è una fatica inutile, ma soprattutto uno sbaglio. Il gioco ha un valore simbolico che consente di fare una cosa che però, in realtà, non è quella cosa «veramente». Giocando, nessuno mai muore «veramente», nessuno vince «veramente»: se fosse il contrario, il gioco si sarebbe trasformato in una realtà tragica.
Il gioco è simbolo del mondo e i ragazzini scoprono con esso la meraviglia del mondo, le azioni e i gesti che, poi, una volta grandi, li introdurranno nella realtà. Nel modo in cui una bambina gioca con la sua bambola, si può comprendere - così spiegano gli psicologi dell’età infantile - come si comporterà da grande quando avrà un proprio bambino. E i maschi, nelle loro lotte, apprendono cosa significhi coraggio, competizione, lealtà, sconfitta.
Non mi stupisce che i ragazzini vengano attratti dal wrestling, che tra loro lo imitino: in fondo sono loro stessi che hanno inventato il wrestling azzuffandosi, rotolandosi per terra... ma poi tutto finisce lì perché, appunto, si tratta di un gioco che si può improvvisamente interrompere quando la mamma chiama per la merenda.
I giochi, dunque, insegnano a vivere se restano nella loro vaga simbolicità, che poco si modifica con il passare del tempo. E si può anche aggiungere che siamo sufficientemente smaliziati per sapere che, per esempio, quando si parla di gioco del calcio, riferendoci ai nostri campionati, di gioco con le carte si utilizza il termine in modo assolutamente diverso da come lo intendono gli adolescenti. Quello di cui ora ci mette al corrente la cronaca è però una vera e propria perversione del concetto adolescenziale di gioco. Ci si serve della spontaneità e dell’irrazionalità con cui i ragazzini vengono affascinati dalla lotta per trasformare quella loro attrazione in un affare. Una specie di adescamento che ha come vittima il mondo immaginario degli adolescenti: tutta la meraviglia racchiusa nella simbolicità è cancellata affinché essa diventi realtà, affinché possa corrispondere alle regole di un realissimo mercato economicamente molto redditizio.
Un adolescente diventa adulto quando cambia l’irrazionalità simbolica dei suoi giochi in comportamenti e azioni razionali: ecco che i ragazzini, che verranno selezionati dai produttori per una specie di reality show del wrestling, prima ancora di essere sfruttati, sono derubati della loro immaginazione, della loro irrazionalità simbolica, fondamentali propedeutiche alla crescita e allo sviluppo della personalità.
Poi, naturalmente, un pensierino lo dobbiamo dedicare ai genitori che inviano i filmini ai produttori per documentare la bravura dei loro figli in questo genere di lotta libera, sperando nell’ingaggio, cioè in un contratto milionario. Troppo facile disprezzarli: un po’ più difficile metterci - noi tutti - la mano sulla coscienza e riflettere sul modo in cui la comunicazione di massa ha ridotto la nostra vita. Una semplice cosa, un affare; e fesso è chi non capisce che innumerevoli sono le occasioni per trasformare la vita - anche quella del proprio figlio - in un vantaggioso mercato.
Un grande storico delle religioni, Walter Otto, ormai una settantina di anni fa, spiegava che le religioni, tutte le religioni dei popoli della Terra, sono un modo per difendere (in forme diverse, a seconda delle diverse forme religiose) la dignità della vita, la sua radicale differenza da qualsiasi altra «cosa».
Il laicismo, le sue risposte sul senso del mondo, non è riuscito a sostituire la religione in questa difesa del senso inviolabile di ciò che si chiama vita. E allora oggi ci indigniamo di questo sfruttamento dell’ingenuità e della meraviglia adolescenziali: con questa indignazione crediamo di salvarci la coscienza e intanto dimentichiamo il cammino storico che con terribile lucidità ci ha portato a considerare la vita una cosa tra le cose.

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