Wto, Italia e Francia fanno fronte comune

Urso: «Non possiamo più pagare in euro e incassare dollari dello Zimbabwe. Ci sono ancora troppe ombre»

da Ginevra

Lo spiraglio di un accordo, intravisto la scorsa notte, si allontana. Almeno fino a mercoledì prossimo, quando, forse, l’ultimo pacchetto di proposte, inserito nei negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) su agricoltura e prodotti industriali, sarà approvato. La trattativa, quindi, va avanti a oltranza. Il fatto più rilevante di un noioso sabato ginevrino è stato il colloquio telefonico tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy per fare il punto sui negoziati del Doha Round. Sia il Cavaliere sia il capo dell'Eliseo hanno condiviso la necessità di un accordo che tenga conto delle aspettative dei Paesi in via di sviluppo, sottolineando però con forza «l’irrinunciabile necessità per l’Europa di portare a casa un risultato positivo e bilanciato che offra anche ai cittadini europei adeguati vantaggi a fronte dei sacrifici che questi saranno chiamati a sopportare». Sarkozy ha condiviso la profonda preoccupazione espressa dal nostro premier per il testo in discussione a Ginevra, testo che non tiene adeguatamente conto degli interessi italiani, in particolare sul nodo delle indicazioni geografiche e sull’accesso ai mercati industriali dei Paesi emergenti. Berlusconi e Sarkozy rimarranno in stretto contatto nei prossimi giorni per seguire gli sviluppi del negoziato.
Intanto, a margine dei colloqui, il commissario Ue, Peter Mandelson, ha rassicurato il nostro negoziatore, Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo economico: «Le indicazioni geografiche - ha detto - sono top priority per l’Unione europea e, quindi, per la Commissione». Dichiarazione che ha prodotto un vivace duetto: «Abbiamo imposto le indicazioni geografiche in testa all'agenda europea - ha replicato Urso -. Sono la nostra linea del Piave. Ora, insieme agli altri 11 Paesi che hanno sottoscritto il nostro documento, vogliamo che l'obiettivo sia raggiunto come condizione per esprimere il nostro consenso». E Mandelson di rimando: «Proponiamo allora uno scambio in moneta tra agricoltura e industria, tra Europa e Paesi in via di sviluppo».
«Fino a ora - ha risposto Urso - l’Europa ha pagato in euro, ma è stata ripagata in dollari. Non dollari Usa, già svalutati, ma in dollari dello Zimbabwe che non valgono appunto nulla». Il nostro sottosegretario ha poi annunciato che il commissario all'Agricoltura, Marianne Fischer Bohel, ha garantito che «i prodotti mediterranei saranno esclusi dalla lista dei prodotti tropicali», come chiesto dal governo italiano. «A questo punto dei negoziati - ha concluso Urso - insieme con le indicazioni geografiche, la vera partita per l’Europa si gioca su una maggiore apertura dei Paesi emergenti ai prodotti industriali e sul dossier dei servizi quando, tra poche ore, inizierà il vero negoziato. Allo stato attuale la base negoziale che ci è stata proposta non ci piace: ci sono ancora troppe ombre e poche luci».
Evidentemente sette anni di vita travagliata non sono bastati per mettere la parola fine alla liberalizzazione del commercio internazionale. Ora attorno al pacchetto di soluzioni presentate dal direttore generale del Wto, Pascal Lamy, e con la mediazione del commissario europeo, Peter Mandelson, l’accordo sembra possibile. Ma bisognerà vincere altre resistenze. Quelle del Brasile, ad esempio. Ma anche di India, Argentina e Sudafrica. Mercoledì prossimo, in un modo o nell’altro, ci sarà il redde rationem. L’accordo, se si farà, necessariamente pagherà il dazio del compromesso.