La Yalta della finanza

C’erano delle rivalità famose. Coppi e Bartali per dirne una. Ma anche il commissario Ginko e Diabolik. Se qualcuno è proprio fissato con la finanza può anche immaginare quella tra Rijkman Groenink, il numero uno della Abn Amro, e Gianpiero Fiorani, il leader della Popolare Italiana, che si stanno «scannando» per il controllo della Antonveneta. Tra avvocati, magistrati e intercettazioni. Bene. Se ci sono due personaggi che nella finanza e nell’imprenditoria italiana hanno fino a ieri rappresentato una coppia da non accoppiare, quelli erano proprio Silvio Berlusconi e Carlo de Benedetti. Sbagliato, errore. Gli affari uniscono. Eccome. E tutti. Già che ci siamo nel nuovo salotto di Cdb Web tech, sostanzialmente il conto corrente dell’Ingegnere quotato in Borsa, c’entrano un po’ tutti: Berlusconi con la sua Fininvest, De Benedetti, che è già proprietario di casa, e un gruppetto di imprenditori che non verrebbe proprio voglia di definire berlusconiani, da Della Valle a Montezemolo ai torinesi Segre di banca Intermobiliare.
Ma la grande novità è l’abbraccio tra l’Ingegnere e il Cavaliere. Non è del tutto inedita. Già in occasione del primo governo Berlusconi, parliamo del 1994, era stato tentato un avvicinamento. Allora i pontieri erano stati Giuliano Ferrara, a quel tempo ministro dei Rapporti con il Parlamento e lo scomparso Pinuccio Tatarella. Finì con una serie di incontri tra i due. Uno a cena a casa Previti. Dopo un incontro a Palazzo Chigi, Tatarella commentò: «L’Ingegnere è un uomo di mondo. È un personaggio che può vivere nella prima, nella seconda Repubblica come nell’antica Roma. E nell’antico Egitto sono sicuro che si sarebbe messo a costruire piramidi». Negli ultimi mesi di quest’anno si è vista un certa accelerata nei rapporti. Anche in questo caso si è provato con una cena. Non più dalle parti di Piazza Farnese, ma nella più discreta via della Camilluccia, chez Gianni Letta. È lì che si sono poste le basi per un nuovo rapporto tra i due. Per carità, a leggere gli umori e certe dichiarazioni sembrava che nulla fosse cambiato. Solo un mese fa in una bella intervista a Massimo Gaggi su Raisat, l’Ingegnere ancora ripeteva: «Berlusconi, uno straordinario impresario, non molto di più. Quando si è misurato con qualcosa da imprenditore puro come la Standa ha fallito». Nel frattempo Fininvest e Cdb già trattavano per un appeasement clamoroso: il sapore di un affare vale una battuta. Eccome. E proprio in quella intervista riguardo alle loro contese più accese, Cdb ammetteva: «Io non ce l’ho con lui. Berlusconi è una persona che ha una volontà straordinaria, una capacità di lavoro straordinaria, una capacità di creare team intorno a lui altrettanto straordinaria, e poi comunque è un uomo che ha avuto delle intuizioni e la capacità di trasformare le intuizioni in realizzazioni».
Gli scontri tra i due sono stati epici, nel teatro della politica e nell’arena dell’economia. De Benedetti nel ruolo di king maker e vero uomo-ombra del centrosinistra, Berlusconi in quello di primo attore del centrodestra. Fu l’Ingegnere a vantarsi pubblicamente di aver scelto Rutelli come sfidante del Cavaliere. Ma non gli andò bene, nonostante le bordate di Repubblica e dei vari Curzi Maltesi allora dislocati in piazza Indipendenza oggi traslocati in Largo Fochetti. La discesa in campo di Berlusconi nel 1994 sparigliò le carte di un salotto finanziario che si spartiva l’economia e telecomandava la politica. De Benedetti provò in tutte le maniere a far saltare il banco politico di Berlusconi. Prima linkando la giustizia ai suoi giornali e creando quello che poi nelle cronache degli anni Novanta è diventato «il circuito mediatico-giudiziario», poi orchestrando il dietro le quinte del Palazzo. Sempre senza successo. Più De Benedetti lo attaccava, più Berlusconi si rinforzava. Anche la sua ultima creatura, quell’associazione «Libertà e Giustizia» che doveva essere il punto di riferimento della sinistra che non ci sta, dei girotondini, del «movimento» fuori dai partiti per condizionare i partiti, è naufragato. Ancora ieri Sandra Bonsanti scriveva «Cavaliere, non avrai il nostro scalpo» e sembrava davvero un ritorno al futuro, l’urlo solitario di chi ha il calendario fermo al 1994.
La giustizia, l’economia e la politica in questa storia si intrecciano. Dalla battaglia per il gruppo agroalimentare Sme a quella che la cronache ribattezzarono come «la guerra di Segrate». Se quella della Sme era una battaglia di posizione, lo scontro sulla Mondadori fu la vera sostanza: un investimento di mille miliardi delle vecchie lire da parte del Biscione. Inizio 1990. Fininvest contro Cir. De Benedetti viene messo in minoranza nella società che allora editava oltre a Panorama anche la Repubblica. E pensare che fino a poche settimane prima l’alleanza dell’ingegnere con gli eredi Formenton gli assicurava di fatto il controllo assoluto. «Alleati storici» li vezzeggiava Cdb. Fino a quando a dicembre del 1989 i Formenton passano dall’altra parte: con Berlusconi e Leonardo Mondadori. Eppure il vecchio Formenton, Mario, scomparso due anni prima, pur vendendo la deficitaria Rete 4 proprio a Berlusconi, disse agli eredi di affidarsi a Cdb per la Mondadori. Un colpo di scena, un tradimento di quelli a cui la finanza è abituata. Il problema è che i Formenton in un lodo, così famoso, si erano preventivamente impegnati a cedere le loro quote a Cdb. Insomma un pasticcio. Tra vittorie in tribunale prima di una parte e poi dell’altra. Alla fine complice la mediazione dell’andreottiano Ciarrapico si procedette ad una spartizione: Mondadori a Berlusconi; Espresso e Repubblica con i giornali locali e le Cartiere di Ascoli, che forte dei suoi lodi Cdb aveva intanto fuso in Mondadori, all’Ingegnere.
Basta un accordo per un fondo che investa in società traballanti per chiudere una volta per tutte questa storia? Altro che à la guerre comme à la guerre, in questo caso occorre ricordarsi che business is business. O no?