Yara, annuncio choc in chiesa: "E' finita"

L’angoscia e la speranza di Brembate si spengono durante la messa. Il parroco riceve la notizia mentre celebra e la comunica dal pulpito. Il paese è sconvolto, i genitori distrutti si barricano in casa. Il tormento finisce nel modo più atroce: la sua bimba è tornata, la sua bimba non c'è più <br />

Campane a festa per Yara. È una stramaledetta sera di umidità e di freddo, come quel 26 novembre che ha fermato le lancette del mondo. Don Corinno, parroco di un paese dove ancora i parroci stanno al centro della vita, vuole comu­nicare la notizia alla sua gente con questo gesto estremo, so­lo all’apparenza strano e paradossale. Campane a festa perché Yara torna a casa. In qualche modo, nel modo peggiore. Ma torna. Non è più un’idea dispersa nel cosmo.Non è più un’angoscia di vuoto, di domande irrisolte, di fantasie e di ossessioni. Almeno, sarà una tomba su cui piangere. Le campane suonano rintocchi che nessuno dimenticherà mai, a conclusione di una giornata feroce. L’anziano prete inizia la sua personale via crucis poco prima delle 18:a quest’ora si avvia a celebrare la messa più sanguinosa di una lunga vita religiosa. È la prefestiva del sabato, parrocchiale piena fino all’orlo. I compaesani qualcosa hanno già sentito, ma è ancora tutto così vago e così confuso. Tanti non sanno nulla. Mentre veste i panni del mestiere, anche don Corinno apprende la prima notizia: forse l’hanno trovata, appena fuori Chignolo. Con questo dubbio schiacciante nel cuore, il prete affronta il suo popolo. Dal fondo della chiesa, ascolto i sussurri dei brembatesi che si danno di gomito, che si scambiano le prime domande, mamme e figlie, padri di famiglia e vecchi pensionati, tutti a chiedersi la stessa conferma: ma è vero che l’hanno trovata? Sull’altare, con una tranquillità che solo i profani possono trovare surreale, il parroco va avanti con le sue letture e la sua omelia. Solo alla fine, come sempre, dedica uno spazio a Yara, leggendo una delle tante lettere scritte da gente anonima in questo periodo. Ma ancora il dubbio incombe dentro la chiesa, questa stessa chiesa che ha battezzato e avviato la piccola Yara alla vita. È vero o non è vero? Dopo la comunione, mentre lava il calice, il parroco si vede avvicinare il giovane curato. Si scambiano pochi sussurri, sui loro volti scende il velo.Al momento dell’andate in pace, don Corinno libera con gli occhi lucidi la propria emozione: «Carissimi, avevo sentito qualcosa prima della messa, ma adesso pare ci sia la conferma. Non posso più tenermelo dentro, non ce la faccio più.L’hanno trovata, la nostra Yara era in un campo a Chignolo. Lunedì dobbiamo ritrovarci qui per pregare, davanti a una candela accesa per lei...». Poi, con un timido sorriso di pastore buono, la singolare promessa: «Adesso andrò dal papà e dalla mamma. Non appena avremo le conferme ufficiali, vi avvertirò con un suono di campane a festa». Lo confesso: trovo sia un modo molto alto, molto garbato, molto sensibile per annunciare la tragedia più grande. Quando lo incontro in sacrestia, don Corinno ha ancora gli occhi umidi. È l’immagine della desolazione. Ma in un certo senso anche del sollievo. Esprime parole giuste. «È un grande dolore. Ma dobbiamo dirlo: è anche la fine di un incubo. Ultimamente la mamma me l’ha ripetuto spesso: se almeno riavessi il suo corpo, se almeno avessi una tomba su cui piangere... La sua disperazione troverà almeno un poco di consolazione. Proprio l’altro giorno le avevo chiesto una foto nuova di Yara, per appenderla fuori dalla chiesa. L’ho esposta ieri, con la scritta: Yara aiutaci, siamo smarriti...». Don Corinno, sembra quasi che Yara abbia voluto esaudirla. «Brembate ha una sua piccola santa, da oggi. Una piccola martire che dall’alto ci assisterà». Poi si fa serio: «Purtroppo, oltre alla piccola santa, abbiamo la certezza che là fuori si aggira un malvagio capace di cose indicibili...». Don Corinno ha fretta di raggiungere la mamma e il papà di Yara. Lo saluto con poche parole: le toccherà il funerale più difficile della sua vita. Lui sospira: «Sì, ma spero proprio che venga a celebrarlo il vescovo. È un segno che dobbiamo dare a tutta la nostra terra ». Il buon prete esce dalla chiesa. Fuori, i fedeli lo abbracciano. Qualche mamma piange. Ormai Brembate sa, ed è come uno schiaffo col-lettivo. Una lugubre uscita dal limbo. A fianco della chiesa, nel bar Giada, i clienti sono tutti davanti ai due schermi sintonizzati su «Studio aperto». Commenti a singhiozzo. Allora è vero. Povera gioia, chissà cos’ha passato.Ma chi sarà quella bestia che l’ha ridotta così? Poco più in là, il municipio riaccende le luci. Sul piazzale, due assessori con la faccia smorta e stravolta. Guido Corna, titolare dello sport, e Massimo Curiazzi, politiche giovanili, sono di sasso. «Stavamo preparando la prima sfilata di Carnevale, per domani. Da tre mesi non sappiamo più cosa fare, in questo paese. L’istinto è di fermare tutto, ma poi c’è il senso della comunità, c’è la stessa famiglia di Yara che ci spinge a riprendere le attività. E allora avanti, ci proviamo... Adesso però si ferma tutto, niente ha più senso. Dichiareremo solo il lutto cittadino». Curiazzi, il più giovane, scuote il capo: «Che momenti.Quando l’ho saputo, mi si è ghiacciato tutto. Come un colpo allo stomaco, e adesso non so più cosa pensare. Adesso sappiamo pure che in giro c’è un mostro». Le radio locali, i siti internet, i bar, le chiese, le piazze di tutta la Bergamasca vivono gli stessi momenti. Nessuno ha mai dimenticato Yara, nessuno mai la dimenticherà. I suoi genitori, ancora una volta, accolgono le prove del destino nel silenzio della casa, vicini agli altri figli, adesso così bisognosi di parole particolari. Le autorità rimettono subito in piedi l’inusitato apparato di sicurezza delle ore più calde: polizia, carabinieri, vigili urbani, Protezione civile. Tutti di nuovo al loro posto. Uno schieramento per difendere chissà chi da chissà cosa (per fermare un giornalista cretino, basta molto meno). Passano solo sindaco e parroco, dentro la stessa macchina. Ma qualcuno della famiglia li ferma al cancello. Vengono riferite le parole di papà e mamma: «Per favore, lasciateci soli, siamo disperati». Non è ancora il momento del conforto e della consolazione. Bisogna rispettare. Dentro c’è una madre che piange il dolore più atroce, l’unico pianto capace di scuotere davvero il possente albero della vita. La sua bambina è tornata, la sua bambina non c’è più.