Yara, continua la ricerca Tutta Brembate prega e non fa spettacoli in tv

Senza dare spettacolo, gli abitanti del paese si stringono intorno alla famiglia Gambirasio Ancora interrogato il &quot;testimone&quot;: le tracce seguite si fermano vicino alla ditta di suo padre. Il sindaco aiuta i volontari della Protezione civile: a parlare si perde tempo<br />

nostro inviato
a Brembate di Sopra (Bergamo)


«Ho detto loro che suonerò le campane a festa quando Yara tornerà a casa, foss’anche nel cuore della notte. Mi creda quella che ho appena lasciato è gente buona, che non merita di soffrire come sta soffrendo. Gente che si è chiusa nella disperazione, che ha scelto di non parlare perché questo non è uno show. Dentro quella casa si vivono ore insonni nella speranza che la vita torni presto come prima. E noi stiamo pregando perché tutto torni come prima. Stiamo vivendo un incubo, non lo stiamo leggendo sui giornali, l’incubo è qui purtroppo». Don Corinno ha gli occhi velati. E le parole gli si stringono in gola, in un groppo più grosso di quello della sua sciarpa nera, quando inforca la bicicletta, lasciandosi alle spalle il cancello della casa di Yara. «Guardi, guardi qui, dentro questa borsa. Mi hanno regalato dei dolcetti per i bambini e per le persone più sfortunate. Anche in questo terribile momento Maura, la mamma di Yara ha avuto un pensiero d’amore, uno slancio di generosità. E noi dobbiamo starle vicino.

Domenica sera, alla veglia di preghiera per la loro bambina, la Chiesa era stracolma, non immaginavo davvero che il paese potesse mostrarsi così unito, che il dolore di una famiglia potesse diventare, come è giusto e sacrosanto in una comunità, il dolore di tutti. In questo momento siamo tutti genitori. Siamo tutti uguali a una mamma e un papà che non hanno notizie della loro bambina da cinque giorni. Ma non dobbiamo disperare». Due colpi di pedale portano don Corinno già lontano dalla zona rossa. La zona del gran circo delle vanità mediatiche e degli stand-up che sullo sfondo, fanno indovinare, solo indovinare (grazie a un’ordinanza del sindaco che ha fatto sbarrare la strada ai mezzi), la nuova villetta del nuovo mistero. Combattenti e reduci della carta stampata e delle tv, chiamati a traslocare, per dovere d’ufficio, in questo nuovo porto delle nebbie, si abbracciano e si baciano come soldati richiamati in trincea. In fondo che importa se le vie hanno nomi differenti da quelle di una settimana, di un mese fa. Che importa se siamo a Nord o a Sud, se la gente qui preferisce passar via veloce e non mettersi in mostra davanti a una telecamera.

Tranne un giovane idiota che, il primo giorno, si è inventato una testimonianza che gli ha fruttato una denuncia per procurato allarme. Ma sul suo vero ruolo ieri i carabinieri sarebbero tornati a interrogarsi a causa di una coincidenza che, se confermata, sarebbe davvero singolare: le tracce di Yara fiutate dai cani si fermano davanti al cantiere di un centro commerciale proprio di fronte alla ditta del padre del falso testimone. I carabinieri per ora smentiscono ma il ragazzo è tornato a parlare davanti alle telecamere, sostenendo di essere stato ascoltato dagli inquirenti. Una circostanza tutta da chiarire. Chissà. Una telecamera a volte aiuta a smascherare gli idioti. Fosse così anche per incastrare i malvagi. Fosse così e bastasse zoommare con la telecamera per dissolvere misteri come quello che ha inghiottito venerdì sera Yara Gambirasio.
Invece no. Invece la gente, che tiene la testa bassa e il passo svelto nel luogo dove Yara è svanita, il Palazzetto, anzi la «Città dello Sport», orgoglio e vanto dei brembatesi, che adesso è diventato il centro di coordinamento delle ricerche di Yara, raccontano un altro dramma. Che si affida alle energie di un esercito di persone e al fiuto dei cani. Persino al cane dei cani, Joker, arrivato ieri dal Canton Ticino che con il suo naso ha risolto il 70 per cento dei casi. Così fa strano che la gente schietta di questi luoghi, quelli del bar Giada o i muratori, che a mezzogiorno in punto sono già ai tavoli della Toscanaccia, si ritrovi a battere i pugni parlando non della scuffiata di Mourinho e del suo Real ma dei «cani molecolari». «I a acognosse mia, ma che laur». Che, più o meno, intuiamo, sarebbe : «Non sapevo neanche che esistessero ma guarda che roba». E proprio sulla porta della Toscanaccia non si può fare a meno di vedere la grande foto di Yara con l’appello a telefonare ai carabinieri se qualcuno sa o ha visto qualcosa.

Yara nelle vetrine dei negozi, Yara nel cuore della gente. Che borbotterà anche qualche frase incomprensibile in dialetto, ma che si commuove in un modo che non ha bisogno di traduzioni quando le si chiede di provare a dare risposte ai mille dubbi di storia. «Chi può immaginare che è successo quella sera»? Ribalta la domanda la barista del Palazzetto, mentre cerca di tenere a bada i genitori di una scolaresca di Zogno. Certo c’è il chiasso di sempre in acqua e in palestra, la vita continua. Ma è un po’ come una fotocopia sbiadita. È la vita di sempre con un chiodo fisso piantato dentro. La foto di Yara nella sua tuta da ginnastica. I ragazzi dell’oratorio Don Bosco che vogliono organizzare una fiaccolata. E un sindaco tosto e instancabile come Diego Locatelli, volontario tra i volontari in cerca anche del minimo indizio utile. Leghista senza fronzoli, che da cinque giorni non molla. E non parla. «Perché a parlare si perde solo tempo prezioso».