Yara, duemila Dna non smascherano il killer

Sei mesi dopo la ragazzina di Brembate "torna a casa". Ad attendere il
carro funebre, con i genitori, un paese muto e pieno di rabbia. Ma la pm
gela tutti: "Non ancora pronti i risultati dell’autopsia, siamo nella
fase della pazienza"

Sei mesi dopo Yara torna a casa. In un feretro bianco come il cielo di Brembate, illuminato da un sole che non c’è ma ribolle non solo dentro l’anima. L’aria densa, umida, l’afa della Padania pesante come il dolore e la rabbia, forse anche la rassegnazione, che accompagnano l’addio a questa piccola ballerina che amava volteggiare nell’aria.
L’anatomopatologa, la super esperta Cristina Cattaneo che per tre mesi ne ha sezionato il corpo, non ha trovato ciò che gli inquirenti speravano. Dicono fosse indecisa sino alla fine, trattenere la salma per ulteriori esami, in Procura sembra che qualcuno le abbia spiegato che il tempo era scaduto. Per questo si è presa altri trenta giorni per consegnare la perizia. Cambiano i fattori, ma, per ora, non il risultato.

Non c’è un assassino, tantomeno un movente certo, ma soltanto la nebbia del sospetto. I dubbi, le diffidenze, i passaparola con i quali si deve confrontare una comunità. Brembate e dintorni.
«È ancora tempo di attesa, siamo ancora nella fase della pazienza», prova a spiegare sempre meno convincente la pm Letizia Ruggeri, la stessa che se ne andò in vacanza mentre l’inchiesta era agli albori.

C’è un numero maledetto in questa sporca faccenda: il 26. Sera uggiosa di novembre in cui Yara fu rapita e uccisa: 26, pomeriggio freddo di febbraio in cui i miseri resti della tredicenne furono ritrovati in un campo di sterpaglie di Chignolo d’Isola, a una decina di chilometri dalla sua casa color rosso mattone; e poi il 25, ieri, il giorno in cui, chiusa in una bara, Yara torna da mamma e papà. E ancora il 26, quando la città tutta andrà a renderle omaggio. Maura e Fulvio Gambirasio l’hanno accompagnata nel carro funebre scortato da un’auto dei carabinieri e da una della polizia. Abbracciati, in lacrime, ennesima istantanea di una tragedia senza fine. La piccola bara è stata portata all’interno della cappella di Casa di riposo Serena, di via Papa Giovanni XXIII. Qui è stata allestita la camera ardente che sarà aperta da oggi a venerdì. Davanti, ad attendere i resti di questa bimba rubata alla vita, un gruppo di compaesani. Qualcuno applaudiva, altri piangevano. All’interno, a consolare questi genitori orfani persino di un chi e di un perché, Don Corinno Scotti, il parroco del paese, il prete missionario che nelle omelie non si trattiene ma di certo una delle persone più vicine alla famiglia in questi mesi di strazio.

Ha pronunciato lui la prima preghiera per Yara.
Pregano anche gli investigatori. È affidata a un miracolo, la soluzione, di questo caso. A dispetto delle parole, delle promesse spese da troppi senza nemmeno crederci.
Si prosegue a confrontare il dna trovato e ritenuto «utile» con il maggior numero di persone possibili, estendendo sempre più il cerchio degli accertamenti (che ormai hanno fatto superare i 2mila test) e contemporaneamente si va avanti anche nella campionatura di tutti i reperti sequestrati, e in particolare dei vestiti. La pm, però, butta le mani avanti: «Ci vorranno ancora mesi». L’indagine resta a carico di ignoti. Smentita, dai carabinieri, pure la notizia che nell’apparecchio che la ragazzina portava ai denti sia stata trovata traccia genetica del suo assassino. Non lo ha morsicato prima di morire. Il cantiere di Mapello con i suoi sospettati è sempre più lontano. Si torna a cercare tra la gente del posto. Come diceva don Corinno: «L’assassino è tra di noi».