Yara, indagini sugli amici. L'ombra del pedofilo

Gli investigatori continuano a setacciare la zona, trovato un giubbino
ma non è quello della tredicenne scomparsa da 12 giorni. Ascoltati ancora genitori e amici. E una testimone: "Due uomini litigavano fuori da casa Gambirasio"

L’«affaire» Yara si complica. Una matassa finora senza bandolo. Tredici giorni di inutili ricerche, testimoni veri o presunti, chilometri di boschi, campagne e torrenti setacciati da una fiumana umana di volontari e professionisti. Niente, la tredicenne che amava danzare non si trova.

A Brembate di Sopra da qualche giorno sono arrivati i carabinieri del Rac, gli specialisti (reparto analisi criminologiche) addestrati a individuare chi manca all’appello. Da oggi saranno affiancati dai colleghi poliziotti dello Sco.

Per ricominciare tutto dall’inizio, da quel maledetto venerdì sera in un cui la tredicenne uscì dal palazzetto dello sport, per poi dissolversi.
Gli elementi da cui l’inchiesta riparte sono sempre quelli. L’ultimo messaggino spedito da Yara a un’amica, l’ora in cui il suo telefonino si agganciava alla cella di Mapello - le 18.49 -, due chilometri di distanza, direzione opposta dalla sua casa dove aspettavano mamma e papà Gambirasio. E poi quei pochi testimoni che qualcosa probabilmente hanno visto. Su Brembate si addensa l’ombra del pedofilo. Del mostro, forse non uno solo. Polizia e carabinieri adesso, finalmente, si parlano. Collaborano. Magari con piste diverse, ma con un unico obiettivo. Trovare chi s'è portato via Yara, mentre la speranza di trovarla ancora viva si affievolisce ora dopo ora. Forse una certezza: «La ragazza conosceva il suo rapitore», mormorano gli inquirenti.

È durata lo spazio di una notte l’illusione di aver risolto il giallo con l’arresto del 22enne marocchino che lavorava nel cantiere «fiutato» dai super segugi. Rilasciato, ha già fatto sapere di voler chiedere risarcimento per danni morali.

Fuori gli investigatori continuano a setacciare il terreno ghiacciato dalla neve, muovendosi dalla palestra e cercando di circoscrivere un cerchio. Hanno frugato nell’azienda dove lavora il papà di Yara, a pochi metri dalla palestra, in altri capannoni della zona, si continua a girare attorno al cantiere di Mapello. Poi si è guardato là dove Enrico Tironi, il diciannovenne che per primo raccontò di aver visto la ragazzina parlare con due uomini la sera della sparizione, aiuta il padre nella florida azienda di famiglia. Da qualche giorno lui è in vacanza, lontano dal paese. Da quando è stato denunciato per falsa testimonianza, nonostante la «riabilitazione» ha smesso di chiacchierare.

Le indagini per ora non portano grosse novità. Non era di Yara il giubbotto nero trovato ieri da un marocchino tanto appassionatosi al caso da partire ogni giorno col suo cane per «annusare» le sue personalissime piste. Si era sperato anche di aver trovato il cellulare della ragazza. No, non era quello.

Chi l’ha spento, dopo essersela portata via, chissà se con l’inganno o con la forza, ha tolto scheda e batteria. Ieri, giorno dell’Immacolata, gli investigatori sono tornati nella casa color rosso mattone della famiglia Gambirasio. Il colloquio, con la madre Maura e papà Fulvio, è durato un paio d’ore. «Una visita di cortesia», dirà il questore Vincenzo Ricciardi. In realtà si cerca di capire chi conoscesse la loro bambina. Chi potesse conoscere lei. Qualcuno di cui magari si è fidata.

Spunta infine un’altra testimone, una vicina di casa. Parole che confermano quelle già dette da una guardia giurata. «La sera che Yara è scomparsa ho visto due uomini che litigavano a pochi passi da qui. Parlavano in italiano. Uno, in particolare aveva fretta di andarsene e ha tirato via l’altro». Insomma si riparte dai quei maledetti 700 metri.