Lo Yemen bracca i terroristi «Ma la strage era evitabile»

«Ci aspettavamo un attentato, ma non pensavamo ai turisti». La disarmante affermazione dei vertici dei servizi di sicurezza yemeniti la dice lunga sulle capacità di prevenzione delle autorità di San’a. All’indomani dell’attentato costato la vita a sette turisti spagnoli e a due accompagnatori locali le autorità ammettono la triste realtà, la strage era stata annunciata e prevenirla non era impossibile. I terroristi avevano proclamato la volontà di colpire con un comunicato diffuso su internet da Abu Basir Nasir al Wahishi, nuovo comandante della cellula di Al Qaida Jihad nello Yemen. Subito dopo l’ambasciata statunitense aveva invitato i propri cittadini ad abbandonare il Paese e anche quella spagnola aveva innalzato il livello d’allarme. I servizi di sicurezza locali avevano, invece, profuso tutte le loro energie nella difesa delle ambasciate, delle installazioni petrolifere e delle istituzioni governative. Ai tredici turisti spagnoli diretti verso le rovine del tempio di Balqis, nella provincia più calda del Paese, non ha pensato nessuno. «Le nostre forze di sicurezza avevano ricevuto diverse segnalazioni su un attentato preparato da elementi di Al Qaida ed avevano rafforzato la vigilanza agli stabilimenti petroliferi e ai palazzi governativi, ma nessuno aveva pensato al tempio di Balqis - conferma candidamente anche il presidente yemenita Alì Abdullah Saleh annunciando il pagamento di una taglia di circa 60mila euro a chiunque fornirà notizie utili all’arresto dei responsabili -. Siamo comunque sulle tracce dei colpevoli».
Pochi, però, confidano in una rapida soluzione del caso. I colpevoli, compreso il nuovo capo di Al Qaida Jihad Nasir al Washisi, erano, in verità, già stati arrestati. Un’altra débâcle delle forze di sicurezza, probabilmente infiltrate da elementi tribali vicini ai terroristi, consentì nel febbraio dello scorso anno la fuga di al Washisi e di altri 22 suoi complici da un carcere di San’a. Da allora almeno 18 fuggitivi sono stati riacciuffati od uccisi, ma il nuovo leader e i sei latitanti costituiscono la punta di diamante della cellula che ha colpito la comitiva di spagnoli.
Tra il gruppetto in libertà vi è anche Jamal Ahmad al Badaw, già condannato a morte per l’organizzazione dell’attentato all’incrociatore statunitense Uss Cole costato la vita, nel 2000, a 17 marinai americani. Il presidente Saleh e le forze di polizia, anche per ridimensionare l’allarme e non rinunciare al turismo, avvalorano l’idea di un attentatore suicida arrivato dall’estero. Ma per avere qualche certezza sulla sua identità e sulle sue origini bisognerà attendere i risultati del test del Dna eseguiti sul luogo della strage. Tra le lamiere contorte e carbonizzate dell’autobomba e del veicolo colpito lavorava ieri anche un gruppo di investigatori spagnoli. La Spagna attende per oggi il rientro delle sette vittime e dei cinque feriti.
Un ragazzino yemenita sorpreso dall’attentato mentre giocava davanti al tempio ha riferito di alcuni colpi d’arma da fuoco sparati prima dell’esplosione. I militari di scorta al convoglio spagnolo potrebbero aver aperto il fuoco nel disperato tentativo di bloccare l’autobomba. Ma a sparare potrebbero essere stati anche i terroristi di una squadra d’appoggio incaricati di neutralizzare le forze di sicurezza e aprire la strada al loro kamikaze. In ogni caso, secondo altri testimoni, il kamikaze prima di entrare in azione avrebbe chiesto ad alcuni passanti se i turisti all’interno del tempio di Marib fossero occidentali. Poi confortato dalla risposta si è allontanato a bordo del Toyota Land Cruiser. Per poi tornare a tutta velocità.