Yes, he can: ora Uòlter può iniziare la vita da leader disoccupato Primo giorno senza segreteria, tra famiglia e Parlamento «È una dimensione tutta nuova, non sono abituato»

A CASA Sveglia tardi, la tesina con la figlia e la promessa: «Domani si va in libreria insieme»

Roma«Yes, he can». Walter può farlo: presentarsi come l’Obama de noartri e poi scoprirsi un Donald Duck: simpatico, tenero fin che si vuole, ma pur sempre un «paperino», uno sconfitto. E allora si può andare a dormire frastornati, distrutti per quella raffica di sconfitte che ti portano a gettare la spugna, a dire: «Non ce l’ho fatta, mi scuso», e poi risvegliarsi tutt’un tratto disoccupato. Una sorta di pensionato di lusso (9mila euro al mese che Uòlter devolve alle popolazioni africane). Aveva promesso «un Paese normale», ma ieri la normalità è entrata in casa sua con la forza dirompente del fallimento.
«Yes, he can». Walter può farlo: aprire gli occhi e vedere la moglie Flavia con cui finalmente fare prima colazione senza dover scappare perché non ha più nulla da fare o quasi. Niente barba in fretta e furia, niente saluti alla «speedy gonzales» alla famiglia perché lo attendono al convegno X, niente scorta, niente giri di telefonate per concordare la linea del partito e limare le ultime dichiarazioni.
«Yes, he can». Walter può farlo: leggere i giornali in santa pace, sigillato in casa per tutta la mattina, «a rispondere ai mille messaggi arrivati in tutti i modi: sms, fax, email». Si può anche andare su Facebook e commuoversi per «tutti quegli attestati di stima ricevuti».
«Yes, he can». Walter può farlo: aiutare la figlia Giulia alle prese con la tesina e prometterle che «domani andiamo insieme in libreria». E lei a sgranare gli occhi: «Davvero papà? Non ci posso credere». «Una mattinata normale», assicura l’ex segretario con la faccia pesta di un pugile suonato che però sta appena godendo dei benefici di quello straordinario balsamo che è l’essere tornato normale, l’essere tornato soldato semplice.
«Yes, he can». Walter può farlo: ammettere di trovarsi «in una dimensione tutta nuova a cui non sono abituato da 15 anni. Anzi, da quando avevo 15 anni». La gestione del tempo: adesso di tempo ne ha fin troppo. Che fare da grande? Un libro? L’Africa? «Ho già in testa un paio di idee». Ha avuto tempo di mangiare in famiglia, prima di andare alla Camera a votare come un onorevole qualsiasi.
«Yes, he can». Walter può farlo: entrare in Transatlantico leggero, leggerissimo. Lui, che ha appena abbandonato il Titanic, può affrontare i giornalisti senza più la zavorra di un partito sfilacciato da tenere insieme: «Quel peso era diventato troppo rilevante». Può essere di buon umore, adesso. E scherzare appena intravede Franceschini, cui ha passato una patata che più bollente non si può: «Toh... Questo mi sembra di conoscerlo» e via con l’abbraccio e la stretta di mano all’americana.
«Yes, he can». Walter può farlo: scansare le domande spigolose sbuffando come un treno, «Se mi ha chiamato D’Alema? Oddio che barba... Di politica non parlo, anzi, non parlerò per settimane se non per dare sostegno a chi arriverà dopo di me». Nessun sassolino dalle scarpe da togliersi, almeno per adesso. Nessun cedimento alle polemiche interne di un partito, diventato un verminaio di correnti e capi clan: «Io all’assemblea del Pd non ci andrò. L’ho già detto a Franceschini, è giusto così».
«Yes he can». Walter può farlo: offrire da bere alla buvette ai cronisti e, sorseggiando una schweppes con ghiaccio e limone, ammettere che non si aspettava proprio «quelle chiamate dai genitori di Ilaria Alpi e dalle figlie di Enzo Biagi. Ma anche tutti quegli attestati di stima da tantissimi colleghi parlamentari del centrodestra. Però Berlusconi no, non mi ha chiamato...». Può anche tirar fuori gli appunti del discorso del suo addio, scritti in stampatello con una grafia minuscola e illeggibile e autoelogiarsi: «Ho sempre creduto che sia più importante come si esce di scena, piuttosto di come si sta sulla scena».
«Yes, he can». Walter può farlo: chiedere di essere spostato dal suo posto in Aula. «Non ha più senso stare lì, accanto al copogruppo Pd, Antonello Soro. Che mi assegnino un’altra poltrona. Dove? Non m’importa proprio...». Può anche abbracciare Jean Leonard Touadi, onorevole di colore e calvo come il tenente Kojac, che forse gli fa venire in mente una cosa: «Scusa Jean, ora corro a tagliarmi i capelli». È il suo congedo.