«Yoko Ono a casa nostra con la mia vestaglia Così Lennon mi lasciò»

</B>Dopo il divorzio lui si avvicinò a me e disse: “Sposiamoci noi due, che cosa ne dici?”

John mi suggerì di accompagnare Magic Alex, Jennie, Donovan e Gypsy, in procinto di partire per una vacanza di due settimane in Grecia. Gli risposi che non volevo andare senza di lui: a parte le rare occasioni in cui ero stata in giro con la mamma e Julian perché lui era occupato col lavoro, non avevamo mai passato le vacanze separati. «Io ho un sacco da fare e non posso andare, ma tu dovresti, ti farebbe bene». Ero indecisa, ma John insistette molto e alla fine accettai. John stava scrivendo le canzoni per The Beatles, il nuovo album del gruppo, che dopo l'uscita sarebbe diventato famoso come White Album. Tredici di quelle canzoni sono sue; tra le altre, Julia, un omaggio alla madre, e Goodnight, per Julian.
Rallegrata dalla possibilità che John potesse sentire la mia mancanza e dall'idea di qualcosa di nuovo, partii per la Grecia. Quando uscii di casa, Julian era già andato a stare da Dot e John era disteso sul letto. Era in quello stato di quasi trance che conoscevo bene e girò a stento la testa per salutarmi.
Con mia grande sorpresa, viste le paure che nutrivo per il futuro del matrimonio, fu una vacanza gradevolissima. Due settimane di sole greco, mare, ouzo, taverne e di risate e di uscite con gli altri, mi risollevarono l'umore (...). Al momento di rientrare, mi sentivo come rigenerata e sicuramente molto, molto meglio. John mi era mancato moltissimo e mi ero convinta che potessimo veramente ricominciare. Ero piena di energia e di progetti per il nostro futuro insieme: l'idea di separarci era qualcosa di inconcepibile, forse perché i miei stessi genitori non avevano mai neppure preso in considerazione una cosa del genere. Ero convinta che io e John saremmo rimasti insieme, trovando il modo di risolvere i nostri problemi.
Quello di cui non tenevo conto era la storia personale di John, e il fatto che il suo atteggiamento nei confronti del matrimonio e della famiglia erano molto diversi dai miei. Lui non aveva praticamente mai visto i suoi genitori insieme: all'età di cinque anni era stato abbandonato dal padre e, affettivamente parlando, anche dalla madre. Anche il padre aveva avuto lo stesso problema. Viste le sorprendenti modalità secondo cui, incredibilmente, tendiamo a riprodurre i comportamenti dei nostri genitori, forse avrei dovuto essere maggiormente preparata al fatto che John potesse abbandonare non solo me ma anche suo figlio di cinque anni. Ma ero troppo giovane, troppo inesperta e troppo ottimista per pensare seriamente a tutto ciò.
Sulla via del ritorno, l'aereo fece tappa a Roma, dove pranzammo. Non sarebbe stato simpatico finire la giornata con una cena a Londra dopo la colazione in Grecia e il pranzo in Italia? Ridevamo come matti. «Chiamiamo John e diciamogli di venire con noi» (...).
Gli parlai per pochi secondi: «Ciao tesoro, tra un po’ sono a casa. Non vedo l'ora di rivederti». John rispose in modo apparentemente normale: «Bene, ci vediamo dopo».
Donovan e Gipsy andarono a casa, ma Jennie e Alex vennero con me a Kenwood per vedere se a John andava di cenare fuori. Arrivammo alle quattro del pomeriggio e capii immediatamente che c'era qualcosa che non andava: la luce del porticato era accesa, le tende erano ancora chiuse e c'era silenzio assoluto. Non c'era la cameriera Dot a darmi il bentornato, e non c'era Julian a saltarmi addosso dalla porta, urlando per il piacere di vedermi. Che cosa stava succedendo?
La porta non era chiusa. Entrammo tutti e tre insieme, e cominciammo a cercare John, Julian e Dot. «Dove siete?» chiesi, aspettandomi che spuntassero da dietro una porta, ridendo come matti per lo scherzo.
Appoggiando la mano sulla maniglia della porta del solarium ebbi un improvviso fremito di paura. Esitai per un istante, poi l'aprii. All'interno, le tende erano chiuse e ci misi un po' ad adattare gli occhi alla luce. Poi, la vista mi gelò.
John e Yoko erano seduti a gambe incrociate sul pavimento, l'uno di fronte all'altra, vicino a un tavolo ricoperto di piatti sporchi. Indossavano degli accappatoi che tenevamo nello spogliatoio della piscina e pensai subito che avessero fatto un bagno. John era di fronte a me. Mi fissò, totalmente inespressivo e disse: «Oh, ciao». Yoko non si girò.
Mi uscì di bocca la prima cosa che mi passò per la testa: «Be’, dopo la colazione in Grecia e il pranzo a Roma, non vedevamo l'ora di cenare a Londra. Vieni anche tu?».
La stupidità di una simile domanda non ha mai smesso di perseguitarmi. Ritrovandomi davanti a mio marito e alla sua amante con addosso la mia vestaglia, che si comportavano come se io fossi un'intrusa, non riuscii a fare altro che comportarmi come se fosse tutto normale. In realtà, ero sotto shock, e agivo in maniera automatica. Anzi, non sapevo assolutamente come reagire. Era chiaro che avevano combinato tutto in modo che li trovassi in quel modo ed era duro accettare la crudeltà del tradimento di John. L'intimità che li univa era per me angosciante ed era come se fossero circondati da un muro per me impenetrabile. Non avrei mai immaginato nulla del genere nei miei peggiori incubi su Yoko.
Mentre restavo a guardarli, incollata alla soglia, sconvolta dal dolore, John rispose indifferente: «No, grazie».
Mi voltai e fuggii via.