YVES SAINT LAURENT

La sua ultima sfilata, nel 2002, fu uno sfarzoso appuntamento mondano segnato, più che dalla commozione, da un palpabile dolore. Yves Saint Laurent, definito insieme a Coco Chanel «l’unico couturier di genio», passava la mano a 67 anni applaudito (e rimpianto) da Paloma Picasso a Jean Moreau, da Catherine Deneuve a Laetitia Casta che lo festeggiano cantando La plus belle chanson d’amour. Al Centre Pompidou inondato di specchi i suoi abiti di ieri e di oggi volteggiano in passerella portati da Naomi Campbell, Claudia Schiffer, Jerry Hall in abito di seta bianca «nude look», Carla Bruni, Eva Herzigova. Ogni «periodo» con le sue musiche, Beatles e Rolling Stones, Chopin e la Callas, a sottolineare passioni e incontri di una vita favolosa eppur drammatica. Perché quell’uomo che aveva il dono di rendere bella ogni donna (persino la sciatta Margherite Yourcenar, al suo ingresso all’Académie Française nel 1981, era perfetta nel sobrio abito di velluto con l’enorme scialle bianco a coprirle i capelli) nascondeva dietro la creatività e il gusto della bellezza un immenso mal di vivere. «Ho conosciuto quei falsi amici che sono i tranquillanti e le droghe, la prigione della depressione e delle cliniche», diceva. Pierre Bergé, uomo d’affari, di mondo e mecenate (che prima lanciò il pittore Bernard Buffet, con cui viveva in un castello nel Sud della Francia) che lo ha amato per quarant’anni, parafrasando il Proust di Alla ricerca del tempo perduto lo incasella nella categoria dei nervosi: «Tutto ciò che abbiamo di grande ci viene dai nervosi. Son loro che hanno fondato le religioni e creato capolavori. Mai il mondo saprà quanto deve loro, e soprattutto quanto essi hanno sofferto per produrlo».
Con questa lettera di Bergé del 5 giugno 2008 al compagno di una vita morto da quattro giorni si apre il libro (unito a un documentario di Pierre Thoretton) L’amore è il dardo (Feltrinelli, pagg. 94, euro 15,90, a cura di Alessandro Bignami) commosso squarcio sulla vita e l’opera dell’uomo che incarnava l’eleganza. Ma c’è chi ne dà un ritratto diverso. Valentino ricorda: «Da giovani a Parigi io, lui e Karl Lagerfeld ci vedevamo la sera la Café de Flore per una interminabile serata di club e di allegria».
Una carriera fulminante, la sua. Nato in Algeria da un’aristocratica famiglia dell’Alsazia, a 17 anni si presenta a Parigi nella maison di Christian Dior che lo prende come assistente e ne intuisce subito le qualità, inserendo in collezione un suo modello, un fourreau di velluto nero, fotografato da Richard Avedon e pubblicato su Harper’s Bazarre. Alla morte di Dior, nel ’57 a Montecatini, Saint Laurent ne diventa legittimo successore. Un rischio. Tutti si domandano: la dittatura che Dior esercitava sulla moda lascerà a qualcuno la possibilità di carpire una parte della sua gloria? Eppure la prima collezione di Saint Laurent, la mitica «Trapezio», fusione tra New Look e tradizione, è un trionfo, con la folla che applaude fino in strada e lo costringe ad affacciarsi al balcone come un re. Poi, nel ’60, gli tocca lasciare tutto; l’Algeria lo vuole nell’esercito. È in ospedale quando gli dicono che è stato sostituito da Marc Bohan. E proprio lì, in una corsia ospedaliera, insieme al fido Bergé (che ha conosciuto ai funerali di Dior) decide di aprire una casa di moda. «Dicevi che la moda sarebbe una cosa davvero noiosa se servisse solo a vestire le donne ricche», ricorda Bergé. Così s’inventò il prêt-à-porter e soprattutto, molti anni prima di Armani & Co., trasferendo gli abiti maschili sulle spalle delle donne diede loro «il potere».
Così dal ’62 in poi fa sfilare giacconi da marinaio e giacche in pelle con stivali alla coscia mai visti prima nell’alta moda; sahariane, smoking e soprattutto pantaloni. Chanel ha dato libertà alle donne, Yves ha dato loro il potere. «E pensare che un giorno a New York non abbiamo potuto pranzare perché c’era una donna coi pantaloni e nessun ristorante l’ha lasciata entrare» gli rammenta in un’altra lettera Bergé. Il quale sulla sua tomba ha fatto scrivere semplicemente «sarto francese»; Yves non aveva bisogno d’ammantarsi di titoli altisonanti perché, se (probabilmente) la moda non è arte, ha comunque bisogno di un artista per esistere. Un artista come lui che frequenta Andy Warhol (nel dvd rare immagini in cui il pittore gli consegna il suo ritratto), il cecoslovacco che dà dell’America l’immagine più vera; Mick Jagger che tenta di suonare il piano, Robert Mapplethorpe, dalla sessualità straripante, che si guadagnava da vivere fabbricando gioielli in fil di ferro.
E poi l’amore per l’arte; quella monumentale collezione di Picasso, Géricault, Matisse (che ispirò il défilé del ’65), Ritratto di Madame L.R. di Brancusi, che inaugurò quella splendida raccolta, poi smembrata da Bergé - dopo la morte di Yves - con un’asta da 342 milioni di euro. I suoi abiti sono ancora oggi un must; a esempio li indossavano Kate Winslet e Kathryn Bigelow all’ultimo Oscar, ma Saint Laurent non s’è mai goduto il lusso e la gloria. «Aveva l’oro nelle mani ma un brutto tarlo nella testa - chiosa Bergé - la depressione. La gloria nulla potè: non era venuto quaggiù per essere felice».