Zac e il 5 maggio: "Alcuni dissero: io non gioco"

Per la prima volta dal 2002 l'allora tecnico della Lazio racconta il giorno nero dell'Inter: "Fui minacciato: dovetti contare su pochi fidati come Stam e Stankovic". E l'Oggi: "L'Inter è in calo fisico, dopo Liverpool manca anche quello"

Scusi, Zaccheroni, c’è Lazio-Inter: sente odore di 5 maggio?
«No, quella fu un’altra storia, oltre che un’altra partita».

Si spieghi meglio...
«Prima differenza: il martedì precedente la società annunciò ufficialmente l’arrivo del nuovo allenatore, Roberto Mancini. Seconda differenza: avevamo mancato la corsa alla Champions arrivando a meno 2 dal Milan, perdendo la sfida decisiva di Bologna».

Ci fu altro?
«Presto cominciarono le pressioni della piazza laziale, il tam tam delle radio, seguirono le minacce, in qualche caso suggerimenti tipo “tirate sui tabelloni pubblicitari”. Di fatto dovetti registrare molte defezioni».

E lei, caro Zac, come se la sbrigò?
«Puntai su quelli che non si tirarono indietro, gente come Stam, per esempio, Giannichedda, Stankovic».

Come maturò il famoso ribaltone?
«Decisivi furono due fattori: 1) l’impreparazione psicologica dell’Inter a gestire una difficoltà. Erano convinti d’aver già vinto, i tifosi avevano passato il pomeriggio a cucire le rispettive sciarpe. In quei giorni sentii commenti acidi, tipo quello di Lippi il quale disse: “Mi viene il mal di stomaco a leggere certe cose”. 2) I fischi del tifo laziale contro Poborski che veniva considerato un elemento a rischio in quanto connazionale e perciò amico di Nedved. Il ragazzo, nel sottopassaggio, appena sentì i fischi, se la prese così tanto da risultare poi uno dei più motivati. E infatti, firmati i due gol, andò sotto la curva laziale a gridare “bastardi”».

Nessuno dell’Inter reagì: perché?
«Io ero lì, in panchina, c’era un silenzio di tomba tra i giocatori dell’Inter. Solo alla fine ci fu il siparietto tra Materazzi e Cesar, niente di speciale. Materazzi ricordò il favore fatto ai laziali l’anno di Perugia-Juventus e Cesar, appena arrivato a Roma, all’oscuro dell’episodio, reagì in modo disincantato. Gli disse: “Ma cosa vuoi da me?”».

Delio Rossi ha dichiarato: io vedo lo scudetto all’Inter...
«Deve rispondere così, i tifosi della Lazio sono fatti in un certo modo. Piuttosto che assistere alle feste per lo scudetto della Roma, passerebbero sopra la sconfitta della loro squadra contro l’Inter. Il 5 maggio sognavano di costringere la Roma a disputare il turno preliminare di Champions e invece fu l’Inter ad arrivare terza».

C’è qualche analogia tra l’Inter di allora e quella attuale?
«Allora ci fu un problema di testa, erano convinti d’avere lo scudetto in tasca e alle prime difficoltà andarono nel pallone. Questa volta mi pare che ai problemi di testa si siano aggiunti quelli fisici. Dopo il Liverpool è avvenuto un cortocircuito. La squadra che possedeva una dose industriale di autostima ha cominciato a vacillare, a pensare di non essere più imbattibile. C’era un tempo in cui bastava loro spingere sull’acceleratore per 10 minuti per vincere le partite. Quella forza e quella convinzione sono sparite, dopo la notte col Liverpool».

Eppure si tratta di quella che viene considerata l’armata del nostro calcio...
«Non sono così sicuro che l’Inter abbia il gruppo più forte del torneo. La sua era una forza fisica, muscolare. Perso lo smalto fisico a causa anche degli infortuni, è venuta meno la sua qualità migliore».

Mentre la Roma...
«La Roma rende se è concentrata e vince se gioca in velocità. Appena pensa di gestire, come è accaduto a San Siro nella sfida con l’Inter, si è lasciata rimontare. Devono andare al massimo ma hanno la Champions. E ho l’impressione che sentano questo il palcoscenico dove possono stupire».