Zampagna gambero del mercato «Stufo di vedere le solite facce»

Anche quest’anno lascia la A per la B: «Mi voleva il Torino, ma preferisco le sfide ai campionati piatti»

Signor Zampagna, ma non le pare di essere un po’ fuori di testa visto che alle «stelle» preferisce le «stalle»?
«Proprio no, sono uno vero, mi piacciono le sfide complicate, non mi va un campionato piatto e normale in serie A. E questa è anche una scelta di vita perché non si può sempre stare tra le stelle».
Ma come si fa a voler scendere dalla A in B? Prima dal Messina all’Atalanta e ora dall’Atalanta al Vicenza, addirittura ultimo tra i cadetti?
«Mi stimola il fatto di dovermi salvare. Avrei potuto andare al Torino, ma sarebbe stato un campionato piatto. Meglio il Vicenza dove ogni partita è una guerra».
Le sembra un fatto razionale o è solo questione di soldi?
«Io non sono razionale, quanto ai soldi, che non sono tutto nella vita, avrei guadagnato molto di più da altre parti».
È sempre stato un idolo delle tifoserie, eppure volta loro le spalle e se ne va.
«Con i tifosi creo sempre un rapporto speciale, loro mi capiscono. Al punto che quelli bergamaschi, che ho nel cuore, sono venuti a Vicenza per salutarmi».
Lei è considerato un uomo di sinistra, al punto che la curva rossa del Livorno, quando ha giocato al Picchi, l’ha osannata nemmeno fosse Cristiano Lucarelli.
«Non è colpa mia se sono simpatico. E poi piantiamola con questa storia della politica, dell’essere comunista e chi più ne ha più ne metta. Di certo è che il mio idolo è Che Guevara: tutto il resto, rosso o blu, non m’interessa».
Allora dobbiamo chiamarla il calciatore Zampagna o il compagno Zampagna?
«Calciatore, solo calciatore, non voglio altre definizioni su di me».
Ci spiega perché lei non va d’accordo con i suoi allenatori, prima Mutti a Messina e ora Del Neri a Bergamo?
«Se è per questo ho litigato di brutto anche con Colantuono e Oddo perché le liti fanno parte della vita dello spogliatoio, ma poi tutto si sistema. Al punto che con Mutti ci sentiamo spesso; Del Neri invece è troppo permaloso, gli ho anche chiesto scusa per il mio comportamento, ma lui s’è incaponito. Se fossi stato io la società, avrei gestito il mio caso in modo diverso».
Non è che lei è un anarchico individualista e ha sbagliato sport, perché il calcio è una disciplina di squadra?
«Niente affatto, mi sento un uomo squadra, sono per l’uno per tutti e non mi tiro mai indietro quando c’è da lottare e aiutare i compagni».
L’aver fatto tanta gavetta nell’Amerina tra i dilettanti, poi in serie C nella Triestina, Arezzo, Catania, Brescello, può avere influito sul suo modo di essere?
«Il mio orgoglio è proprio quello di aver fatto tutte le categorie e so io quello che ho passato. Lì mi sono forgiato il carattere deciso, questa è la mia forza e il mio vanto».
Tra i professionisti non è stato più di due stagioni nella stessa squadra, due anni a Messina e due anni a Bergamo. Cosa la spinge ad andarsene sempre prima del tempo?
«Mi stanco delle solite facce, mi piace cambiare aria e gente. La mia è una carriera unica, sotto tanti aspetti, e un giorno scriverò un libro su tutte le cose strane, belle e brutte che l’hanno contraddistinta».
Ha iniziato a giocare e intanto faceva il tappezziere, come ricorda quegli anni avventurosi tra i dilettanti?
«Con gioia e nostalgia, perché ero più giovane; ho fatto tanti sacrifici, perché non era facile lavorare al mattino e allenarsi al pomeriggio, non andare in discoteca il sabato sera e andare ogni domenica sui campi più strani. Però sono stato ripagato».
Lei segna gol strepitosi e acrobatici, come i recenti con Fiorentina e Lazio, eppure a vederla sembra goffo nei movimenti.
«Sono un atipico, non bellissimo a vedersi, come tutti i fuoriclasse. Basta guardare Toni e Lucarelli: io vengo dopo di loro, siamo noi gli ultimi sfondatori».
E quanti gol farà a Vicenza?
«Tanti e mi viene da ridere pensando al Vicenza in A. Già mi era capitato nel 2000 quando a gennaio lasciai Catania per Brescello allora ultimo e alla fine andò a fare i playoff per la B. Ora vorrei ripetere la stessa storia col Vicenza».
Un mese fa è mancato papà Ettore...
«Difficile accettarlo, era il mio punto di riferimento, la mia saggezza, il mio consigliere e sono convinto che avrebbe accettato questa mia scelta. Anche se, tutto quello che è successo con Del Neri, è probabilmente colpa del nervosismo per la prematura morte di mio padre».
Le piace fumare e bere?
«Purtroppo sì e un bel bicchiere di vino rosso non me lo faccio mai mancare durante i pasti. Anche queste sono gioie della vita».
Insomma, Zampagna, a 33 anni compiuti perché non la smette di fare mattate?
«E non ho ancora finito, sono giovane, mi piace fare scelte diverse e andando avanti nella mia carriera chissà quante altre situazioni incontrerò».
Allora cosa farà da grande Riccardo Zampagna?
«Né più né meno quello che sto facendo adesso. Io, ternano tosto, sono uno che canta fuori dal coro e ne sono più che orgoglioso».