Lo zampino di Teheran

È il risveglio islamico, diretto riflesso della nostra rivoluzione del 1979. Un euforico Ali Khamenei ha colto l’occasione della preghiera collettiva del venerdì a Teheran per inscrivere nel percorso storico avviato dall’Iran 32 anni fa gli eventi di queste settimane in Tunisia e in Egitto. La guida suprema della rivoluzione ha usato parole pesanti per attaccare il traballante presidente egiziano Hosni Mubarak, «servo dei sionisti e degli americani», «nemico dei palestinesi e traditore da abbattere».
Parlando in arabo anziché in farsi per rivolgersi direttamente agli egiziani, Khamenei ha detto che «quella a cui assistiamo in questi giorni è un’esplosione di rabbia sacra, un movimento di liberazione islamico, e io prego per la vostra vittoria». Nel chiaro intento di porre il marchio iraniano sugli eventi che scuotono uno dei Paesi chiave del Medio Oriente, l’erede dell’ayatollah Khomeini ha ammonito l’opposizione egiziana a diffidare di qualsiasi soluzione della crisi proposta dagli americani: «Hanno sostenuto Mubarak per trent’anni - ha detto Khamenei - e adesso parlano dei diritti del popolo e cercano di sostituirlo con un altro loro agente. Non accettate nulla di meno di un regime indipendente che creda nell’Islam». Quanto all’esercito egiziano, caposaldo del regime filoccidentale ora in bilico, «farebbe bene a occuparsi del nemico israeliano».
Khamenei, insomma, ha invitato gli egiziani a scegliere un regime islamico. Le sue parole coronano in un certo senso quelle già pronunciate nei giorni scorsi dai gradini immediatamente inferiori del regime teocratico al potere a Teheran: il presidente Mahmud Ahmadinejad aveva esortato gli egiziani a rovesciare Mubarak e il ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi aveva prefigurato un «nuovo Medio Oriente islamico». E del resto sul sito internet di Khamenei già in settimana si ricordava una dichiarazione in cui la Guida Suprema annunciava nel 2010 la sua certezza che «si formerà un nuovo Medio Oriente e che questo Medio Oriente sarà islamico».
Ci sono pochi dubbi che l’unico in grado di costruire un regime di questo tipo in Egitto sia il movimento integralista dei Fratelli Musulmani. I quali però ostentano in queste ore un atteggiamento prudente e moderato, quasi a voler tranquillizzare quanti li temono e vedono in loro uno strumento destabilizzatore in mani iraniane. «Non aspiriamo in alcun modo a governare l’Egitto, il nostro obiettivo sono le riforme», ha detto il portavoce del movimento Gamal Nassar. E in un comunicato pubblicato sul quotidiano al-Dostoor, i Fratelli Musulmani assicurano di non ambire nè alla presidenza del Paese, nè a specifici incarichi nel governo, ma di essere d’accordo con «il chiaro desiderio del popolo per uno Stato laico e democratico in Egitto». Ieri sera ad Alessandria, però, hanno già cambiato registro: Mubarak, hanno detto, «deve dimettersi subito ed essere processato con tutti i capi del regime».
La presunta laicità degli integralisti islamici appare in verità un ossimoro un po’ duro da digerire. Ma in Occidente c’è chi si adopera per far passare la tesi secondo cui la distanza tra Teheran e i Fratelli Musulmani egiziani sarebbe troppo ampia per suscitare preoccupazioni: sciiti gli uni, sunniti gli altri e questi ultimi semmai amici di Hamas ma certo non di Al Qaida. Come se questo bastasse a fare degli integralisti che Mubarak ha bastonato per almeno vent’anni un affidabile pilastro del nuovo Egitto che verrà dopo di lui: a Gaza, Hamas tutto ha fatto fuorché lavorare per la pace e la democrazia, non parliamo poi della laicità. Soprattutto inquietano certi paralleli storici con l’Iran di 32 anni fa: troppi in Occidente sembrano oggi pronti a ripetere con l’Egitto l’errore fatto allora di confondere la rivoluzione di Khomeini con un passo verso il progresso e la libertà.