Zanardi, dall’incidente a Londra 2012 «Una seconda vita a cui non rinuncerei» «Tornare indietro? E poi chi me le ridà tutte le belle cose che ho fatto dopo quel giorno?»

Ci sbagliamo tutti. Noi, voi, gli altri. Alex Zanardi non ha mai perso le gambe. Chiudete e riaprite gli occhi per un istante. Alex è impresso dentro noi rigorosamente e sempre in piedi. Talmente ritto e orgoglioso e sorridente che persino le drammatiche immagini dell’incidente del 15 settembre di dieci anni fa passano in secondo piano sugli scaffali della memoria. Quasi rappresentassero, anziché il drammatico ricordo di una tragedia, il doloroso parto di una nuova vita. «La mia seconda vita» dice Alex, «un’esistenza in cui le cose sono andate così bene che non mi lamento proprio: perché certe opportunità so che non le avrei avute senza ciò che mi è accaduto... e se mi offrissero di cambiare l’esito di quel giorno in pista, beh, mi dispiacerebbe sapere di perdere tutto ciò che poi ho costruito».
Questo è Alessandro Zanardi da Castel Maggiore, 44 anni vissuti pericolosamente ed energicamente, questo dice presentando a Milano «A Modo Mio», il doppio dvd scritto e diretto da Federica Balestrieri, inviata Rai, e in edicola da domani con «La Gazzetta dello Sport». Centocinquanta minuti per ripercorrere le sue due vite, per giungere alla nuova sfida, Londra 2012, le Paralimpiadi faticosamente conquistate vincendo l’argento ai campionati del mondo di hand bike. «Uno sport per il quale, credetemi, mi sento proprio “tagliato”» dice con il suo solito fare ironico e spiazzante, «uno sport a cui mi dedico da anni sette giorni su sette, che non permette distrazioni se si vuole raggiungere l’obiettivo e per me l’obiettivo era l’accesso a Londra... Per ottenerlo ho persino rinunciato a correre di nuovo in Indy Car, declinando l’invito che mi era stato fatto dagli organizzatori del campionato dopo essere stato indicato dal 98% degli appassionati americani fra i piloti da richiamare... Però chissà, un giorno, magari la 500 Miglia di Indianapolis... Solo che se dovessi chiamare gli americani per dire sì, son certo che mia moglie chiamerebbe l’avvocato... E francamente non ho mai avuto paura in gara, però mia moglie Daniela fa paura».
Parla di Dio, Alex, e lo fa con il garbo di chi crede veramente. Dice «però non l’ho mai disturbato per me, ritengo abbia problemi ben più grandi a cui pensare, per cui mi sono sempre arrangiato... semmai, ecco, tengo l’eventuale bonus per mio figlio, perché lo segua e ne abbia cura, sempre». Parla di prevenzione, parla dell’importanza di tenersi fisicamente in forma per far fronte alle sorprese della vita: «Credo che se non fossi stato allenato, non sarei sopravvissuto a 55 minuti con meno di un litro di sangue in corpo e a sette arresti cardiaci». E sorride pensando a certi dati della Nasa che sono stati riveduti e corretti dopo il suo incidente perché «c’era scritto che in quelle condizioni non si sopravvive» e poi non sai se scherzi o citi un libro vero, ma racconta di «un tipo americano convinto che io sia morto per davvero in quell’incidente». Parla di Pistorius, Alex, dice «fategli i complimenti, è un grande, le protesi ad alta restituzione di energia, lo dice la parola, restituiscono ciò che dai, e se non dai non vai da nessuna parte»; e parla soprattutto dei veri eroi, «mica io, quelli che alle 6 del mattino si alzano con la febbre e vanno in fabbrica perché hanno una famiglia sulle spalle». E alla fine confida: «Quando persi le gambe, i miei cari, al risveglio, erano preoccupati, si chiedevano cosa gli risponderemo quando Alex ci domanderà disperato “e adesso come farò senza gambe?”. Mi hanno poi detto che le mie prime parole furono: «Ma come farò a fare tutte le cose che devo fare senza gambe...».
Già, le gambe. Chiudete e riaprite gli occhi. Qualcuno ha pensato che Alex non le avesse?