Zandomeneghi, il garibaldino

È una gran bella mostra questa di Federico Zandomeneghi (al Chiostro del Bramante di Roma fino al 5 marzo) perché ci dà un’immagine completa di un artista che non ha nulla da invidiare agli altri due italiani di Parigi: Boldini e De Nittis. I curatori, Renato Miracco e Tulliola Sparagli, sono riusciti, infatti, a presentare quasi centoventi dipinti di Zandomeneghi, facendoli accompagnare da opere di Cammarano, dei macchiaioli, dei francesi che più gli sono stati vicini a Parigi, da Degas a Toulouse Lautrec, da Pissarro a Monet. Zandomenghi, Zandò come lo chiamavano i suoi amici, non è stato un impressionista, definizione che egli rifiutava, ma un pittore che a Parigi, dove giunse nel 1874, ha respirato l’aria dei nuovi artisti, ha partecipato alle loro mostre, ma sempre con uno spirito indipendente, con radici profonde nella grande pittura veneta di Tiziano e di Veronese. I curatori hanno fatto bene a definirlo «un veneziano fra gli impressionisti» perché la città, dove nacque nel 1841, ha continuato sempre a essere un suo punto di riferimento anche quando Parigi era diventata la dimora definitiva.
All’Accademia di Belle Arti, Pietro Selvatico, suo docente, avvicina Zandomeneghi a una pittura non di studio ma «sociale». Nel 1860 partecipa all’impresa dei Mille, ma, subito dopo aver terminato gli studi, conosce a Firenze Diego Martelli, che diventerà il suo più grande amico. Frequenta così il Caffè Michelangelo dove si riuniscono i macchiaioli, da Fattori a Cabianca, da Lega a Signorini. La sua adesione alla pittura di macchia non gli impedisce di ammirare il realismo sociale di Michele Cammarano, la cui influenza si vede assai bene nella sorprendente, grande tela del 1872, Impressioni di Roma. Un’opera che egli vende allo Stato italiano per una cifra tale da permettergli di trasferirsi a Parigi. Qui scopre la «poesia indefinita» di Corot, ma soprattutto visita le collettive degli impressionisti. I suoi primi quadri risentono ancora dei macchiaioli, ma Sobborgo parigino, Luna di miele e soprattutto lo splendido Moulin de la Galette rivelano che le suggestioni di Pissarro e di Degas sono state assimilate da un talento originale.
Gli anni Ottanta segnano un’evoluzione della sua pittura, che ha influenzato soprattutto Toulouse-Lautrec, con quelle pennellate a frammenti, il taglio delle figure, l’espressività dei personaggi. All’inizio degli anni Novanta, Zandomeneghi diventa sempre più il pittore del mondo femminile, rappresentato con raffinatezza stilistica ed eleganza cromatica, esaltate ancor di più dall’uso sapiente del pastello. Dal 1894 egli rivaleggia con Renoir nei suoi ritratti di donne, dominati dal blu e dal violetto, ma intraprende anche una emozionante produzione di fiori e di nature morte. Schivo, graffiante nei giudizi, intransigente, Zandomeneghi muore l’ultimo giorno del 1917. Il suo studio viene smantellato, le opere disperse, ma critici e collezionisti lo riscopriranno come un artista dal talento singolare.