Zapatero fa pace col Papa Sigillo alla svolta spagnola

Una visita di cortesia. Ratzinger e Juan Carlos: il Papa e il sovrano si rincontrano, si stringono la mano. Si abbracciano, si sorreggono. La foto all’aeroporto ha fatto il giro del mondo; a braccetto si aiutano l’un l’altro. In sintonia, più allineati che mai. Juan Carlos con la stampella, barcollante, la scarpa ortopedica, Ratzinger che gli offre il braccio. Ma questa è molto più di un’istantanea. È il riflesso di una monarchia che ultimamente zoppica un po’ che ha perso un po’ di lustro, dall’altro lato c’è la Chiesa, messa in forte difficoltà dal governo di Zapatero, che l’ha sfidata e provocata. Oggi si ritrovano più forti che mai. La Corona spagnola è sempre stata una fedele alleata del Papa. E durante questa visita l’amicizia si è riconfermata. A Roma come a Madrid, si sente forte il bisogno di pace, di serenità, di stabilità. Ieri il re ha aperto la porta della sua residenza, la Zarzuela, al Pontefice.
Benedetto XVI sa che la Spagna non ha smesso di essere cattolica, che Zapatero non ha vinto davvero. Juan Carlos è lì a confermarlo, che, sì, gli spagnoli hanno smesso di confessarsi ma il loro cuore continua a essere cattolico, così come continuano ad amare i reali. Il Papa e il re ancora una volta insieme, come un tempo, quando l’alleanza era stretta per conquistare l’America, oggi per mantenere la fede.
Fuori resta una Spagna sempre più «indignada», i ragazzi in piazza sono sempre più arrabbiati, scontenti, giovedì sera hanno mostrato la loro parte peggiore attaccando i pellegrini della giornata mondiale della gioventù, ragazzi come loro, con le stesse paure, le stesse difficoltà, ma che in piazza sono scesi per accogliere il Papa. Ci sono stati scontri, insulti, intimidazioni, forse botte. La Spagna è in difficoltà e mostra la sua debolezza. La crisi, i tagli, il lavoro che non c’è pesa soprattutto sul loro futuro. Il miracolo spagnolo è finito. Poi è scoppiata la bolla immobiliare, la caduta libera di un Paese che doveva fare miracoli, è iniziata da lì. Zapatero ha tenuto la crisi nascosta il più possibile, l’ha sottovalutata, l’ha praticamente snobbata. Non ha saputo comunicare con il Paese, non è riuscito a metterlo in guardia. È questo che il popolo non gli perdonerà mai. Aver messo la testa sotto la sabbia quando invece avrebbe dovuto tirare fuori gli artigli, tentare il recupero, fare riforme. E lui invece si batteva per i diritti dei gay, il matrimonio tra omosessuali, il diritto agli aborti per le minorenni, i divorzi express, i crocifissi tolti dalle aule. Uno strappo drastico con la Chiesa, affronti e provocazioni.
Si pensa a Zapatero e si vede una Spagna al passato, il presente è riconciliazione. Lo ha fatto capire per primo lui, che ha aspettato il Papa all’aeroporto e si è inginocchiato per baciargli la mano, un gesto che l’ala più radicale del suo partito non ha preso bene. Ma la guerra è finita. Ora è tempo di pace, di sorrisi e calorose strette di mano. Zapatero che il Vaticano ha visto a lungo come un pericoloso avversario, simbolo della crescita del «relativismo radicale» in Spanga e in Europam ha smesso di fare paura. L’inicontro in Nunziatura è senza dubbio l’atto ufficiale tra i due uomini. Zapatero è più rilassato. Ha perso e si è ritirato. Sono tre anni che i rapporti tra Vaticano e Spagna stanno migliorando. È così che questo appuntamento, fatto per i giovani, che come priorità ha l’incontro e la preghiera con i ragazzi, sta a poco a poco diventando una visita dal retrogusto sempre più politico, al di là della volontà stessa di Ratzinger. Oggi la Spagna guarda al futuro e cambia volto, si trasforma, smette i panni dello Stato laicista e progressista, liquida lo Zapaterismo. Il partito popolare rimonta a danno del partito socialista, risorgono i vecchi valori cattolici. E la visita del Pontefice in questo scenario non può che avere un peso ancora più importante. Ieri Juan Carlos ha voluto mandare un messaggio: speranza per i giovani. Per il futuro. È quello che dice Ratzinger.